Semplici elementi di cultura finanziaria elementare per essere aggiornati. Comprendere anche se in modo semplice, ma corretto, il funzionamento dei prodotti finanziari o gli eventi che guidano i mercati, è il principale baluardo ai autodifesa da truffe o spinte commerciali troppo pressanti.

Cultura finanziaria in Italia: il costo della scarsa preparazione

In Italia la cultura finanziaria resta insufficiente e il costo per famiglie e risparmiatori è molto più alto di quanto si pensi. Un’analisi delle cause, dei rischi concreti e dei segnali di cambiamento.

Bitcoin e criptovalute. Se ne dicono tante…

Criptovalute, Bitcoin & Company; quanto si parla ultimamente di questi “veicoli” di investimento!

Ma questi pareri andrebbero valutati con la massima attenzione.

Selezionando, almeno, fonti realmente qualificate.

Avevo già affrontato questo tema parecchio tempo fa qui e qui e ma, anche se non è una soluzione che propongo ai miei assistiti, ho pensato di parlarne nuovamente in considerazione dei cambiamenti che in questo tempo si sono manifestati.

Quale informazione?

Pochi, pochissimi tra coloro che ne parlano e scrivono tra le varie piattaforme e social, sono tecnicamente e realmente preparati su questo tema certamente non facile e comunque complesso. Tanti, tantissimi anzi probabilmente la maggior parte, ne scrivono perché si sono improvvisati “guru” di questo difficilissimo argomento.

Quasi come a Zelig.

Sovente la sera seguo alcuni canali di Youtube che trattano della mia passione, la fotografia, e nello scorrere le pagine del sito, appaiono diversi filmati sulle criptovalute che in molti casi, sono più divertenti di una puntata di Zelig (per chi lo ricorda).

Ricchi soprattutto di solide certezze, di previsioni infallibili o ancora di spiegazioni incollate per spiegare in modo sicuro il motivo dell’ultimo crollo e dire che no, non bisogna assolutamente preoccuparsi.

Andando oltre queste esternazioni, i pareri indiscutibilmente qualificati, possono fornire un quadro ragionevolmente attendibile almeno sui potenziali rischi visto che la trasparenza è assai bassa e non a caso tutte le principali Istituzioni hanno posizioni assai critiche.

Oltre “I cattivi”

Ma nella retorica dei vari Robin Hood da tastiera, le Istituzioni sono sempre cattive e difendono solo i “poteri forti” di cui sono schiave e serve. Un po’ come quando, ricorderete, qualcuno per protestare contro le mascherine anti Covid ha deciso di bruciarle davanti alle telecamere. Peccato che le mascherine non brucino…

C’è qualcuno che ha titolo (ed esperienza) per parlarne? E qual’è il suo parere?

Allora proviamo a verificare il parere degli attori del mercato e in particolare quello di un signore che quasi nessuno sicuramente conosce: Michael Burry.

Non un pivello, ma semplicemente colui che nel 1998 comprese tutto il marcio dietro il mondo dei mutui subprime, giocò e vinse pesantemente contro i colossi della finanza mondiale.

Che il suo parere possa essere interessate e qualificato? (Fonte Investire Oggi).

PS: Se non avete mai visto il film “La grande scommessa” mi permetto di consigliarne caldamente la visione.

Foto di Stux da Pixabay

Investire nelle mosche? L’importante è non ritrovarsi con un pugno di mosche.

Alcuni comportamenti strettamente legati alla finanza comportamentale possono facilmente generare conseguenze disastrose sui portafogli.

Esiste il momento “giusto per investire”?

 

Mantenere troppa liquidità sul conto corrente è un bene?

 

Non intervenire sul portafoglio in essere aspettando “che si riprenda” è una scelta corretta?

 

Disinvestire o investire con rapidità tutto il portafoglio?

 

Sono modalità corrette oppure sono solo figlie della devastante finanza comportamentale?

 

Valutiamo, partendo da alcuni casi reali, alcuni approcci che si possono facilmente riscontrare tra i risparmiatori con scarsa cultura finanziaria e pessimi supporti professionali.

 

Il momento giusto per investire.

Un possibile cliente, frastornato dai cambiamenti in atto nell’economia, nella società mondiale, a livello politico e spaventato da esperienze sbagliate decide di non investire e di attendere tempi migliori (a suo avviso). Quando i tempi migliori arriveranno e con quali parametri oggettivi saranno valutati, sono concetti inesistenti e persi nella nebbia.

Da molto tempo i fondi che mi hanno venduto sono in perdita, ma ora non mi muovo e aspetto che risalgano prima di cambiare.

Guardi, comprendo ciò che mi ha spiegato e dimostrato. Purtroppo, mi hanno venduto pessimi prodotti sia verso i mercati che verso i concorrenti, ma non mi sento di vederli in perdita e quindi li tengo e aspetto che risalgano.” Già. Quando?

Troppa liquidità ferma sul conto corrente per “non perdere” soldi.

Un risparmiatore ha deciso che non si fida più dei “mercati” che sono solo in balia dei “poteri forti” che vogliono solo arricchirsi sulle spalle “dei piccoli” e ha deciso di mantenere un’importante liquidità ferma sul conto corrente “in attesa”. Alla domanda “In attesa di cosa?”, la risposta è stata: “Vedremo”.

È un ottimo momento, investo tutto perché ci sono ottime condizioni. Oppure i mercati crollano liquido tutte le posizioni e mi metto in difesa.

Tempo fa ho acquisito un nuovo assistito che ha portato in dote un importante portafoglio composto al 70% di singole azioni italiane scelte da lui senza alcun criterio tecnico ma seguendo le indicazioni di alcuni dei tanti guru del web. Mi ha spiegato che aveva iniziato a far da sé dopo anni di insoddisfazione di rapporto presso alcune banche, e che all’inizio aveva guadagnato molto bene. Ma poi – come sempre nella vita – il vento era cambiato ed era letteralmente spaventato dalle oscillazioni di quel portafoglio. Ho iniziato il mio lavoro riducendo pesantemente gli attivi, diversificando quanto ancora investito e predisponendo una forte percentuale di liquidità. Poi dopo due mesi è apparso inaspettato il Covid 19 con le conseguenze che tutti abbiamo conosciuto. Il portafoglio in quel momento ha subito ovviamente una flessione seppur di circa un quinto degli indici. Non si trattava di una valutazione soggettiva, ma di una oggettiva in quanto dimostrata dai numeri e il confronto con il portafoglio iniziale era impietoso. A partire dall’estate abbiamo ripreso con una serie di acquisti per prepararsi a una futura ripresa quando sarebbe stata ragionevolmente prevedibile. A ottobre il cliente non ha più retto nonostante i numeri dimostrassero ampiamente che andavamo nella giusta direzione e i tanti incontri e le ore investite per cercare di aiutarlo e portare razionalità nel suo animo. Peraltro, in quei mesi, mi ha telefonato in continuazione proponendomi di investire su tutti i possibili titoli che in qualche modo “trovava e valutava interessanti” sui vari forum in rete. Ha quindi deciso di vendere tutto perdendosi così completamente la risalita molto forte che si è manifestata nei mesi successivi e vanificando tutto il lavoro svolto fino a quel momento. Ovviamente appena possibile ho dato disdetta del contratto perché il mio lavoro è anche quello di eliminare i rischi dei miei clienti e di non cercarne altri che non posso minimamente gestire.

 

Proviamo ora a ragionare su questi aspetti.

 

Non esiste il momento per investire o per non farlo a prescindere.

Esiste l’analisi delle esigenze, del profilo al rischio, degli orizzonti temporali dell’investitori e – ultimo ma certamente non ultimo – deve esistere la programmazione e la massima condivisione delle strategie proposte. Tutte le scelte che ne deriveranno saranno orientate all’adattarsi a questi parametri. Peraltro, non è detto che una fase di flessione dei mercati debba necessariamente divenire una fase negativa per il portafoglio, anzi. Dipende da quanto indicato sopra.

Sarebbe come recarsi a fare una passeggiata scegliendo l’abbigliamento senza minimamente pensare a quali condizioni meteo si dovranno affrontare. Non si smette di uscire solo perché le previsioni indicano neve oppure che si possa andare in alta montagna seppur in piena estate, indossando solo una maglietta di cotone e un paio di pantaloncini corti.

La troppa liquidità ferma sul conto corrente non è certamente sinonimo di sicurezza o di mancate perdite.

Questa scelta può generare tre diversi tipi di danno. La prima è legata alla perdita di potere di acquisto legata all’inflazione che per molti anni è stata contenuta, ma nel prossimo futuro potrebbe anche riprendere a crescere (vedi articolo). La seconda è legata al rischio della controparte bancaria che è coperto solo per 100.000 euro per ogni cliente / banca utilizzata (vedi articolo). La terza deriva dai mancati guadagni legati al fatto di non essere investiti. Se è vero che qualsiasi investimento comporta comunque un rischio, è altrettanto vero che questi possono essere ragionevolmente mitigati fino a ricondurli a una misura coerente con il profilo di rischio del singolo investitore. In questo caso fondamentali saranno le scelte di portafoglio che verranno proposte, i costi sostenuti per l’acquisto e la relativa gestione. La liquidità sul conto corrente, oltre ad essere la prima difesa in situazione di emergenza personale, può diventare una fortissima alleata, ma non certamente l’unica soluzione di gestione del patrimonio. Infine la liquidità parcheggiata sui conti correnti sta diventando un problema per le banche come nel caso di Fineco che si riserva di chiudere i conti con giacenza troppo elevata (a meno che i clienti investano sui loro prodotti…) come potrete leggere in questo articolo. Questo però è un altro discorso.

Gli eccessi nel vendere o acquistare sulla base di valutazioni che partono dalla propria emotività e che nel web cercano spunti per auto-convincersi della loro validità.

Accade a tutti, anche ai più grandi e bravi gestori, di dover convivere con una componente non pienamente razionale che può portare a fare considerazioni a forte connotazione emotiva. Ma queste figure sono pagate e soprattutto preparate per gestirla al meglio.

Molti risparmiatori invece le subiscono pesantemente sia nelle fasi di mercati in rialzo sia che in quelle di discesa. Ciò può materializzarsi in due comportamenti quasi opposti.

A) Salire sul treno all’ultima fermata quando i mercati sono ai massimi e ci sono ottimi segnali che invece farebbero pensare a un possibile storno.

B) Vendere tutto esattamente quando sarebbe meglio non farlo.

Storicamente sono i due maggiori generatori di sottoperformance di un portafoglio rispetto ai mercati (ipotizzando gestori efficienti e oneri ragionevoli).

La qualità del risultato finale dipende in larghissima misura dalla qualità delle scelte iniziali di allocazione degli attivi e, se questi sono efficienti e a basso costo, rimarrà “solo” un lavoro di sostanziale – ma fondamentale – messa a punto nel corso del tempo rispetto ai mercati o alla situazione del singolo investitore.

 

Il mondo e i mercati stanno cambiando.

 

Questo fatto è chiaramente visibile e constatabile da chiunque. Da una parte di perdono opportunità / abitudini che erano consolidate come le laute cedole (nominali!) delle vecchie emissioni obbligazionarie che davano sicurezza e tranquillità.

Ma oggi – e da qui in avanti – si stanno presentando opportunità di investimento che solo fino a pochissimi anni fa sarebbero state davvero inimmaginabili. Ne ho già accennato ben tre anni fa in questo post, ma vi allego anche questo screen shot di un articolo apparso a pagina 21 de Il Sole 24 Ore del 24 marzo 2021 a firma di Micaela Cappellini.

Avreste mai pensato di investire in una fabbrica di mosche?

Immagino di no, ma sono in avanzata fase di studio progetti per creare delle micro-fabbriche a domicilio per allevare e produrre appunto mosche, cavallette, grilli, tarme. L’uso principale e quindi la forte domanda non provengono – ancora – dall’alimentazione umana, ma dalla produzione di mangime per animali. Oltretutto gli studi dimostrano che si possono utilizzare 2.000 tonnellate di scarti organici per produrre 120.000 tonnellate di farina di larve avvicinandosi quindi davvero molto a soddisfare il concetto di economia circolare. Il mercato globale nel 2017 valeva 55 milioni di dollari viene stimato 710 milioni di dollari nel 2024. Cioè domani mattina.

Ovviamente prima di trovare sul mercato un fondo o un ETF che permettano di investire sull’allevamento delle mosche ci vorrà un po’ di tempo.

Ma con questa piccola provocazione ho voluto rendere tangibile che il futuro non solo è già arrivato, ma in realtà è molto più avanti di quanto immaginiamo e questo comporterà nuove possibilità di investimento oggi del tutto inimmaginabili.

 

Quali le conclusioni?

 

La finanza comportamentale è la scienza che studia le conseguenze (soprattutto i danni) che derivano dalle scelte di investimento realizzate da qualsiasi essere umano su basi emotive o per lo meno non razionali. Le esperienze precedenti, la nostra emotività, la nostra preparazione (percepita o reale), il nostro percorso professionale, le nostre convinzioni possono con estrema facilità trarre in inganno. E generare danni davvero devastanti come ho evidenziato nell’esempio riportato precedentemente.

Ma se si fanno scelte oculate rispettando tutti i passaggi, dalla valutazione della personale propensione al rischio, delle esigenze e dei tempi, fino alla programmazione e quindi alla scelta di a un’allocazione coerente e con strumenti efficienti e costi ragionevoli, le soddisfazioni non mancheranno.

Le nuove possibilità e i nuovi veicoli di investimento, se valutati e utilizzati con la massima attenzione e prudenza, nel prossimo futuro sicuramente non mancheranno.

Anche se forse non necessariamente nel settore delle mosche.

In fondo si tratta di leggere il meteo con attenzione e di vestirsi di conseguenza prima di uscire.

 

Foto di Camera-Man su Pixabay

 

I soldi sul conto corrente sono nostri? Non proprio.

Un tema, potenzialmente grave, che molti non conoscono.

 

Cominciamo dal Bail In

Proviamo ad affrontare il tema di questo post partendo da qualche anno fa, dall’entrata in vigore della famosa legge sul Bail In, la quale prevede che in caso di fallimento della propria banca, i correntisti privati possano essere chiamati a sanare il dissesto dell’istituto con la loro disponibilità liquida per la componente superiore ai 100.000 euro per ogni titolare del conto corrente.

Una domanda semplice, ma importantissima

In quei giorni, fu scritto molto su questo tema (spesso a sproposito), ma non ricordo di aver letto una semplice domanda:

Perché un correntista che ha semplicemente versato della liquidità sul conto corrente di cui è titolare dovrebbe rimediare con questa ai problemi della banca?

Eppure, si tratta di una domanda fondamentale da porsi prima – molto prima – del manifestarsi dell’eventuale problema.

La situazione appare ancora più paradossale se pensiamo che il semplice correntista non investitore: A) Non ha acquistato un’obbligazione emessa dalla banca e quindi non ne è creditore, B) Non ha acquistato azioni e quindi non ne è proprietario.

Il Codice Civile, ci viene in aiuto

La risposta ce la fornisce l’articolo n. 1834 comma 1 del Codice Civile che recita: “Nei depositi di una somma di denaro presso una banca, questa ne acquista la proprietà ed è obbligata a restituirla nella stessa specie monetaria alla scadenza del termine convenuto, ovvero a richiesta del depositante, con l’osservanza del periodo di preavviso stabilito dalle parti o dagli usi.”

Ergo i soldi depositati sul conto corrente… NON sono più i nostri soldi quindi possono essere aggrediti dai creditori della banca e l’obbligo di restituzione da parte dell’istituto di credito può non essere più onorato.

Cosa fare allora per proteggersi?

Immaginiamo per esempio che due clienti cointestatari (marito e moglie o due soci) abbiano depositato 1.000.000 di euro in attesa di farne uno specifico uso. In questo caso sono tutelati dal fondo di garanzia interbancario fino a 100.000 cadauno. L’esigenza da soddisfare in questo esempio è di poter disporre rapidamente della liquidità e agire per evitare di sottoporla a rischi investendola in diverse classi di attivi.

Come fare per tutelare gli altri 800.000 euro? Aprire altri quattro conti correnti presso altri istituti di credito? Sarebbe ovviamente oneroso, fastidioso, decisamente poco pratico da gestire.

La soluzione esiste

Eppure, la soluzione ed è di una banalità disarmante. È sufficiente acquistare per l’importo non protetto un etf di liquidità. Tecnicamente i soldi vengono prelevati dal conto corrente – e quindi non sono più aggredibili – e trasferiti sul conto titoli sotto forma di un OICR con tutte le importanti tutele previste dalla normativa per questi prodotti. Attenzione però: NON bisogna incorrere nell’errore di acquistare un titolo di Stato o peggio un’obbligazione emessa da un’azienda privata anche se con vita residua breve, primo per un possibile problema di solvibilità – mai dire mai – e secondo perché a scadenza i soldi tornerebbero immediatamente sul conto corrente!

Semplicissimo, con un costo ridicolo, trasferibile da una banca all’altra in caso di dissesto. Classe di attivi? Di fatto assimilabile alla liquidità sul conto corrente. Liquidabilità? Massima, si vende a mercati aperti e tre giorni lavorativi dopo si dispone della liquidità sul conto (in caso di problemi su quello della nuova banca però!). Rendimento? Di questi tempi zero. Rischio? Se il rischio zero non esiste e quindi è un’utopia, esso sarà comunque molto vicino a questo valore.

Sicuramente infinitamente più basso di quello che si sarebbe corso lasciando i soldi sul conto corrente.

Meglio saperlo prima di acquistare fondi comuni o polizze assicurative “sicuri”.

 

Foto di Stux da Pixabay

 

 

Un mondo che cambia. Spazi diversi per investire. C’era una volta e ora non c’è più.

Il mondo sta cambiando a una velocità della quale non sempre percepiamo l’intensità. Sarà ancora possibile investire con le logiche utilizzate fino ad ora?

Sotto i nostri occhi, ma non sempre pienamente recepiti, stanno avvenendo cambiamenti che interessano molti aspetti: politici, storici, di comunicazione, di relazione, economici, sociali, della quantità e disponibilità di ricchezza procapite, tecnologici solo per fare alcuni esempi. Sono cambiamenti epocali rispetto a un passato recentissimo dai quali quasi certamente non si potrà – sotto alcuni aspetti fortunatamente – tornare indietro e che stanno già impattando pesantemente nella nostra vita quotidiana.

Di conseguenza dovranno necessariamente cambiare anche gli approcci all’investimento dei propri risparmi. Dovrà soprattutto aumentare il proprio livello di consapevolezza, fondamentale insieme alla preparazione finanziaria elementare, per vivere questo processo in modo cosciente e non passivo. Bisognerà approfondire e fare propri i concetti di orizzonte temporale, profilo di rischio personale, programmazione. Occorrerà in particolare comprendere, imparare e adattarsi perché se è vero che certe opportunità sono finite per sempre, è altrettanto vero che altre – nuove, diverse, interessanti – si stanno aprendo.

Proverò ora a fornire qualche semplice esempio per evidenziare alcuni di questi cambiamenti.

Rendimenti obbligazionari (Titoli di Stato in particolare)

Chi come me è “diversamente giovane” ricorda sicuramente come fosse appagante e facile investire in Titoli di Stato intorno agli anni ’80 nel nostro Paese. Bastava acquistare un semplicissimo BOT e dopo un anno si incassava un utile anche superiore al 10% alla scadenza; era sufficiente a quel punto rinnovarli. E la giostra girava per tutti.

Semplice, immediato, pochi fastidi, indolore.

Pochi però si rendevano conto che in termini reali a causa dell’inflazione, il vero guadagno quasi si azzerava oppure che sui BTP si potevano perdere soldi in conto capitale o ancora che si stava creando un mostro che peserà sulle teste di molte future generazioni di Italiani.

Soprattutto veniva appagata la grande soddisfazione di un (apparente) lauto guadagno e – peggio ancora – si generava la certezza di un flusso continuo di cedole sicure.

A questo è seguita nel tempo la creazione di fondi a distribuzione di proventi o a cedola che dir si voglia, sottoscritti con particolare energia dai risparmiatori italiani sempre più vittime del progressivo calo dei rendimenti cedolari fino al punto di alcuni prodotti che per distribuire “cedole” disinvestivano quote di patrimonio. I costi di questi prodotti hanno poi dato il colpo di grazia abbattendo i magri rendimenti.

I figli del tempo delle cedole, laute e sicure, sono diventati per sempre orfani.

I contratti assicurativi prevalentemente a carattere previdenziale (Ramo I)

Quando ho intrapreso il mio percorso professionale nel mondo della consulenza, sono stato “caldamente” invitato a operare come agente assicurativo in attesa del superamento dell’Esame di Stato per poter accedere all’Albo dei Promotori Finanziari. Allora la maggior parte dei contratti erano a carattere previdenziale e a fronte di determinate peculiarità anche normative, garantivano a scadenza un capitale o una rendita. Siccome gli eventi legati alla vita di un essere umano sono due (l’essere in vita o la morte) venivano proposte coperture accessorie che tutelavano anche nel caso di premorienza dell’assicurato (sottraendo ovviamente il costo di questa copertura dal capitale realmente investito per non far percepire l’ulteriore costo sostenuto).

Al di là di limitate opzioni sul caso morte (veniva riconosciuto un extra rimborso in casi di morte quasi al limite della fantascienza), si trattava di prodotti sostanzialmente semplici con alcuni vantaggi che per quei contratti e con il senno del poi, sarebbero diventati spropositati. Innanzitutto veniva riconosciuto un tasso minimo garantito che oggi non sarebbe possibile immaginare neanche nel più bello dei sogni: il 4%. Poi il rendimento veniva consolidato su base annua. Ultimo ma non ultimo durante il periodo di conferimento dei premi veniva riconosciuto l’80% del risultato di gestione e, se dopo la scadenza non si chiedeva il riscatto, si arrivava anche al 90% (pur sempre al netto di costi importanti).

E oggi? Oggi le cose sono un po’ cambiate, ad esempio il tasso tecnico si aggira intorno all’1% e il consolidamento in molti casi avviene su base decennale. Vi invito a giocare con la calcolatrice per vedere la differenza. Da un punto di vista commerciale poi, oggi ci sono sostanzialmente due possibilità: A) Se disponete di patrimoni a nove zeri qualche contratto interessante della “vecchia” tipologia previdenziale, potrebbe venirvi proposto ma con la “piccola” condizione che investiate pesantemente – anche –  in altre tipologie di prodotti di casa, B) Se invece non disponete di patrimoni a nove zeri verrete condotti in gregge (vedi questo post) verso i cosiddetti prodotti misti, che oggi sono venduti a mani basse.

Ma di cosa si tratta? Sostanzialmente sono costituiti da: 1) uno specchietto per le allodole dato da una componente di prodotti Ramo I (quelle di cui ho scritto sopra) per vendere la “sicurezza” e 2) da una matrioska dentro la quale vi ritroverete fondi che non conoscerete, che non avete scelto, che non potrete sostituire, che non vi daranno alcuna garanzia, che probabilmente a causa di costi e inefficienze non riusciranno a restituirvi neanche l’andamento degli indici di mercato, il tutto incollato a una carta moschicida a base di costi.

Avevo già trattato questo tema in questo post che potrete leggere per approfondire.

Voi umani dovete ancora vedere cose che non potete neanche immaginare. I Quatitive Easing e alcune loro conseguenze.

Parafrasando la famosa frase del film Blade Runner, è come se il mondo da qualche anno avesse varcato una di quelle porte spazio / tempo che compaiono in alcune pellicole di fantascienza per entrare in una dimensione completamente sconosciuta e senza alcuna certezza di poter tornare indietro. Semplificando molto, dopo la crisi del 2008 il sistema per evitare di collassare, ha iniziato a pompare nell’economia mondiale immense quantità di liquidità e ancora continuerà a farlo, anzi l’attuale crisi del Coronavirus ha di molto incrementato e accelerato questo procedimento. La logica iniziale era che semplicemente non si poteva fare diversamente per salvare il mondo e peraltro non c’erano esperienze analoghe precedenti. Ma come tutti i viaggi intergalattici nessuno poteva conoscere cosa si sarebbe scoperto e quali rischi si sarebbero corsi.

Questa grandissima massa di denaro praticamente a costo zero è arrivata solo parzialmente a sostegno delle imprese o famiglie alle quali era destinata. Una parte importante è “andata” a caccia di rendimento. Prima sul mercato obbligazionario facendo crescere per la legge della domanda e dell’offerta i corsi e abbattendo quindi i rendimenti, creando inoltre una distorsione supportando titoli di aziende ormai tecnicamente fallite che altrimenti sarebbero state spazzate dal mercato. Poi seguendo la logica di Tina (vedi questo articolo) si è orientata sull’azionario comprando – quasi – di tutto semplicemente perché non c’è alternativa.

Non solo.

Questa situazione si autoalimenta perché i prezzi dei titoli di stato di alcuni Paesi non possono crollare e allora vengono sostenuti da continui acquisti delle principali Banche Centrali, con la conseguenza che il premio al rischio apparente e quindi la differenza di rendimento tra due titoli equivalenti si è ridotta in modo anomalo e riflette ormai solo in parte quello che sarebbe il vero premio al rischio tra due emittenti con economie diversamente solide.

Tutto questo dovrebbe finire, ma immaginare come e quando è fantascienza nella fantascienza, almeno nelle attuali condizioni dell’economia mondiale anche perché la sola ipotesi di rallentamento di questa condizione creerà una serie di onde abbastanza alte sulle quali ci troveremo a navigare possibilmente indossando per tempo gli opportuni salvagenti. Al momento comunque si tratta di una ragionevole possibilità che – dovrebbe – essere ancora abbastanza lontana nel tempo; prima bisogna salvare il mondo.

Infine potrebbe manifestarsi il problema dell’inflazione (vedi post) che in queste condizioni potrebbe creare stagflazione (vedi Treccani).

Quindi viviamo in un mondo che è cambiato per un tempo che sicuramente non sarà breve.

I cambiamenti nei modelli della distribuzione o del commercio.

Pochi decenni fa, molti lo ricordano, quando esistevano i videoregistratori a nastro, si diffuse in tutto il mondo una catena americana di noleggio di film su videocassetta chiamata Blockbuster composta da migliaia di negozi. Molti tra di noi hanno fatto le code per noleggiare e restituire (sovente i ritardo!) quei film. Sembrava una rivoluzione nel modo di consumare il prodotto cinematografico e invece è scomparsa in breve da tutto il mondo. Analogamente è accaduto per molti altri settori come per esempio i nuovi modelli di vendita al dettaglio che sono progressivamente scomparsi schiacciati dall’e-commerce, ma poi da questo riesumati e in parte rinvigoriti in un ciclo continuo di cambiamento.

Conclusioni

Diventa quindi evidente che l’approccio ai propri investimenti dovrà essere rivisto, non solo dal mondo professionale, ma anche dagli investitori finali, dai risparmiatori.

Oggi ad esempio è molto difficile ottenere un ragionevole flusso cedolare, o meglio di rendita, sui singoli titoli a meno di alzare sensibilmente l’asticella del rischio e questo è diventato un grosso problema per le compagnie assicurative. Occorrerà che i risparmiatori imparino che questo flusso dovrà essere generato (come peraltro è sempre stato anche se magari non percepito) non solo dalle cedole stesse, ma anche dalle differenze di corso tra acquisto e vendita.

Oggi il più importante indice azionario mondiale lo S&P500 che dovrebbe riflettere in modo ragionevolmente preciso l’andamento della principale economia al mondo, è pesato per oltre il 30% da una manciata di aziende di dimensioni gigantesche e quindi fornisce un dato che sostanzialmente va conosciuto e interpretato per il “nuovo” valore che assume. Un’altro paradigma che andrà valutato diversamente.

Se quindi alcuni aspetti andranno ponderati con la massima attenzione e con occhi diversi dal passato è tuttavia altrettanto vero che si stanno presentando sempre nuove e interessanti possibilità che, fino a pochi anni fa, erano utopistiche o semplicemente irrealizzabili e che ragionevolmente avranno importanti spazi di sviluppo e per lungo tempo.

Energie pulite, ciclo delle batterie, trattamento dell’acqua, tecnologie medicali avanzate, gli infiniti campi di applicazione dell’intelligenza artificiale, soluzione ai crescenti problemi demografici, la logistica specializzata rispetto al mondo dell’e-commerce, le attività legate ai cambiamenti climatici, l’inesorabile uscita dalle fonti di energia fossili sono alcuni esempi. L’importante sarà sempre cercare di ridurre al massimo le correlazioni tra le diverse classi di attivi, non rincorrere i trend sull’onda emotiva e non focalizzare l’attenzione sugli obiettivi di breve termine, ma di accettare che le singole attività o mercati sottostanti abbiano il tempo di sviluppare le loro potenzialità e infine di adattarsi con attenzione alle nuove opportunità che i cambiamenti del mondo si presenteranno.

Ultimo ma non ultimo: e se il gigantesco debito accumulato nel mondo venisse resettato? Un’altro possibile cambiamento epocale potrebbe apparire in questo strano viaggio che ha intrapreso il mondo. Per ora solo una ipotesi, ma… mai dire mai. Trovate uno spunto nell’ultimo bottone di approfondimento,

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

L’inflazione (utile) che ancora manca. Tempi nuovi per le Banche Centrali?

L’inflazione, quando controllata, è utile all’economia? Qual’è la situazione attuale?

Cercherò di riprendere in modo assolutamente elementare alcuni concetti in modo da poter fornire ai lettori le informazioni minime per rispondere alla domanda scritta nel titolo di questo post.

Che cos’è l’inflazione?

L’inflazione consiste nell’aumento del prezzo di ampia portata di beni o prodotti che non si limita a singole voci di spesa. Solitamente si misura su determinati periodi temporali, tipicamente un anno e viene espressa in termini percentuali. Qualora invece di crescere i prezzi diminuiscano, si parla di deflazione.

Qual’è la principale conseguenza dell’inflazione?

La principale conseguenza dell’inflazione e quindi dell’aumento dei prezzi, è la diminuzione del potere di acquisto; ne deriva che a parità di importo disponibile, diminuiranno le quantità di beni effettivamente acquistabili. In alternativa sarà necessario un maggior impiego di risorse per acquistare la stessa quantità di beni o servizi.

Qual’è la principale causa di creazione dell’inflazione?

Semplificando davvero molto, ma mantenendo coerenza con l’obbiettivo di questo post, l’inflazione si crea grazie all’aumento della domanda di beni o servizi. Se questa cresce significa gli acquirenti sono in condizione di poter pagare un prezzo maggiore per lo stesso prodotto. La domanda stessa inoltre viene guidata entro determinati obbiettivi principalmente dalle Banche Centrali o dai governi (anche) con l’imposizione fiscale.

Cosa influenza la crescita dell’inflazione?

Alcuni parametri quali una forte crescita economica o il basso costo del denaro con cui ci si finanzia possono spingere la domanda e quindi la disponibilità a sostenere oneri maggiori rispetto al periodo precedente. Ma questa disponibilità può essere influenzata dalle istituzioni in vario modo, ad esempio variando la quantità di moneta disponibile oppure alzando o abbassando il costo dei finanziamenti, oppure ancora riducendo l’imposizione fiscale sia diretta (sui redditi) che indiretta (sui prodotti). Un altro parametro e sempre a titolo di esempio è il cambio; al suo variare – a parità di costo nella valuta di denominazione – potrà ad esempio aumenterà il prezzo finale da sostenere perché occorrerà più valuta locale per convertirla in valuta estera. L’inflazione è anche legata intimamente al livello di disoccupazione e ne avevo parlato in questo post. Estremamente importante infine è il clima di fiducia che in un determinato momento, si percepisce tra i cittadini: al suo crescere aumenterà sensibilmente la propensione a spendere o investire, mentre al contrario questa verrà contratta. Se ad esempio si attraversa una fase di congiuntura negativa, la paura del futuro spinge a ridurre o addirittura annullare le richieste di aumenti salariali per evitare possibili licenziamenti; di conseguenza l’inflazione si avvicinerà tendenzialmente alla pericolosissima deflazione (cioè riduzione dei prezzi), ben più complessa da controllare e poi superare.

L’inflazione è utile?

Ad un prima approssimata valutazione si potrebbe rispondere no visto che al crescere dei prezzi si possono acquistare meno prodotti. In realtà non è così. Infatti l’inflazione è un chiaro effetto (non causa) della crescita economica di un paese. Infatti solo se aumentano le retribuzioni o comunque la capacità di spesa dei cittadini, questi saranno disposti a pagare di più i loro acquisti. Analogamente per la loro percezione del futuro. In questo clima positivo aumenta anche la predisposizione agli investimenti (anche di medio lungo periodo) sia delle famiglie che delle imprese con ovvi benefici sulla crescita del PIL che altrimenti verrebbero congelati o del tutto annullati con evidenti ricadute negative. Un aumento dei prezzi costituirà inoltre un aumento delle entrate indirette (es. IVA) in quanto la stessa percentuale di imposizione sarà computata su di un prezzo maggiore. L’inflazione infine abbatte in termini reali il debito pubblico.

Quanta inflazione?

Ovviamente l’inflazione deve essere controllata e indirizzata entro determinati valori stabiliti dalle autorità. Il motivo è – sempre semplificando – che una crescita incontrollata diventa dannosa perché rende di fatto nullo il potere di acquisto di una determinata valuta. Ci sono stati casi nella storia di Paesi nei quali l’inflazione era diventata talmente alta che le banconote furono usate per creare palle di carta per giocare a football e questa situazione è ancora reale come in Venezuela Paese che nel momento in cui scrivo ha un tasso di inflazione annuo del 2.400%. Ovviamente si tratta di un caso limite, ma nel mondo ci sono aree con livelli di questo tasso assai diversi come diverse sono le economie dei Paesi che la subiscono. Mediamente nei Paesi ad economia di mercato libera negli ultimi decenni si è sostanzialmente ridotta come ad esempio in Italia passando da valori molto vicini al 20% degli anni’80 fino ai valori attuali intorno o inferiori all’ 1%. Quindi sempre semplificando molto, da valori troppo alti a valori “troppo” bassi.

Il ruolo delle Banche Centrali e il nuovo possibile loro paradigma. Il probabile grande cambiamento di approccio.

Tendenzialmente queste istituzioni hanno lavorato (seppur con mandati abbastanza diversi in funzione dei loro Paesi di appartenenza) a controllare l’inflazione e soprattutto a ricondurla verso un valore ritenuto corretto come massimo accettabile. Questo concetto è stato particolarmente importante per la Banca Centrale Europea in quanto il suo maggiore contributore – la Germania – all’inizio del secolo scorso ha subito un periodo di lunghissima e durissima inflazione ancora ben presente nella memoria del Popolo tedesco. Quindi, semplificando, finora l’obbiettivo della BCE è stato un tasso di inflazione vicino, ma non superiore, al 2% annuo.

Il concetto quindi è di oscillazione verso un tetto massimo. Tuttavia tutta una serie di parametri che non riporto per brevità in questa sede, ma soprattutto gli effetti della crisi del 2008 e di quella di quest’anno del Coronavirus, hanno rimescolato le carte fino a considerare nuovi possibili parametri di valutazione. Completamente diversi.

Quali i motivi? Il rallentamento delle economie, veloce e pesantissimo, ha portato Governi e Istituzioni a rendere disponibile nel sistema una massa di liquidità assolutamente mai vista a costo praticamente pari a zero, per cercare di sostenere prima e far riprendere poi la crescita delle economie mondiali. In questa fase di fortissima decrescita del PIL mondiale ovviamente le vendite di beni e servizi sono crollate e con loro si sono mantenuti contenuti quando addirittura non scesi i loro prezzi mentre le pressioni salariali sono semplicemente scomparse. Da quel momento l’obbiettivo massimo del 2% è diventato quasi un utopia con evidenti danni per i motivi che ho esposto sopra.

Ora però si potrebbe affacciare l’ipotesi esattamente opposta. Infatti, se grazie all’evoluzione del quadro pandemico e soprattutto alla rapida diffusione del vaccino, si avviasse una “forte” fase di crescita dopo una fortissima contrazione, l’inflazione potrebbe riprendere a incrementarsi. Probabilmente troppo almeno rispetto al tetto massimo del 2%. La crescita mondiale ha subito un pesantissimo contraccolpo e tutte le Istituzioni stanno cercando di affrontarlo ricorrendo a soluzioni non convenzionali e soprattutto inimmaginabili fino a pochi mesi fa in quanto avrebbero scatenato polemiche e veti incrociati da parte di molti governi, soprattutto nella Ue, sostanzialmente fornendo liquidità illimitata a costi praticamente pari a zero e sostenendo con acquisti continui le obbligazioni governative dell’area euro.

Conclusioni

Ecco quindi profilarsi il probabile importantissimo cambiamento di approccio della BCE (ma non solo) verso il target di riferimento del 2%: non sarebbe più il valore massimo, ma bensì il valore medio. Si accetterebbero quindi, seppur in via teorica, variazioni del valore limite anche “sensibili” verso l’alto (dovute all’enorme massa di liquidità iniettata nel sistema e che ben difficilmente potrà a breve essere drenata salvo danni maggiori) che finora erano precluse, focalizzando gli interventi al rispetto del valore medio.

Si affaccia quindi la possibilità di un nuovo fondamentale ruolo (finora precluso) per la BCE: non solo il controllo del tasso di inflazione ma anche la possibilità di implementare una vera politica di interventi diretti di sostegno alla crescita economica europea. E in questa logica ecco che il limite massimo attualmente vincolante, assumerebbe un valore relativo venendo sostituito da valori medi proprio a sostegno della crescita. É evidente che questo approccio, se messo in atto, avrà conseguenze davvero interessanti in questo universo inesplorato che è diventato il mondo dopo le ultime crisi e l’attivazione dei QE.

Ci sarà da osservare l’evoluzione di questa ipotesi anche perché non mancheranno forti opposizioni dai Paesi rigoristi.

Grandi cambiamenti si stanno presentando all’orizzonte. Forse.

 

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

 

 

Non solo Pil, Spread, Bund o Vix.

In questo tempo ridondante di analisi, numeri, previsioni che dalle Istituzioni vengono prodotte a getto continuo e interpretate dai politici come se fossero una tragedia greca, vorrei lanciare una piccola provocazione ai miei lettori.

Chi per lavoro deve occuparsi della gestione degli attivi di propri assistiti, deve quotidianamente utilizzare e analizzare diversi indici o parametri tecnici di riferimento. É ovvio e banale che fonti e dati debbano essere di assoluta serietà e affidabilità. Meno ovvio e banale che, ogni tanto, possa essere utile lasciarsi incuriosire da situazioni meno accademiche e porsi qualche domanda in merito.

Alcuni tra gli indicatori più tecnici sono ormai acquisti nel linguaggio comune e, almeno in parte, compresi anche dal grande pubblico. Termini come Pil, Bund, Spread, Bond fino al più tecnico Vix sono ormai oggetto di discussioni in tutte le possibili sedi; a volte in modo corretto e a volte oggetto di squallidi copia e incolla dalle tragiche conseguenze in termini di trasmissione di notizie e pareri penosamente sbagliati. Ma, almeno, si inizia a parlarne.

Questi indici servono sostanzialmente come supporto per elaborare, esclusivamente su dati storici e quindi non necessariamente ripetibili, previsioni su aspetti diversi e fondamentali legati all’economia.

Forse però non molti sanno che non tutto il lavoro viene svolto su indici molto tecnici o molto conosciuti, ma che le fonti di informazioni possono essere a volte diverse e apparentemente curiose.

Quanti sono al corrente ad esempio che esiste l’indice… dell’Hamburger Big Mac? Indice sicuramente poco conosciuto ma con una indubbia rilevanza tecnica.

Esiste infine, un’ultima possibilità di informazione per cercare di immaginare come “potrebbe girare il vento” che non si avvale di scienza e matematica, ma dell’osservazione di altri dati che afferiscono sicuramente più alla curiosità che alla tecnica. Nulla di scientifico. Solo qualche piccolo ragionamento e qualche semplice domanda nella marea di notizie che ogni giorno ci assale. Le risposte ammesso che ci siano, possono essere meno importanti del motivo che ci ha sollecitato la domanda stessa.

Ad esempio in questi giorni si sta discutendo con gran fervore sui tempi e modi del ritorno alla normalità dopo questa fase in cui la maggior parte degli abitanti della terra sono confinati in casa a causa del Coronavirus. Il tratto comune è soprattutto che il distanziamento sociale rimarrà forte nell’intensità e a lungo nel tempo con evidente danno per l’economia mondiale. Proprio di ieri la notizia che le discoteche in Italia non riapriranno prima di marzo 2021. Cioè, poco meno di un anno da questi giorni.

Oggi invece ricevo un’email da quella che credo sia la più grande azienda in Italia di vendita di biglietti on line per concerti, spettacoli teatrali o musei la cui lettura mi ha fatto trasalire. Basta infatti leggere le date, la possibile dimensione dei locali che ospiteranno i prossimi eventi e il fatto che si parli di tour mondiali per chiedersi come sia possibile. Sembrerebbe che in apparenza, organizzatori e artisti siano un gruppo di folli scommettitori su eventi che sembrerebbero semplicemente irrealizzabili. Distanziamento sociale al Forum di Assago? Concerti a partire dal 9 settembre 2020?

Non il Pil, non lo Spread, non il Bund e neanche il Big Mac Menu Index, ma sicuramente qualcosa su cui porsi qualche domanda. E da monitorare con curiosità nella sua, affatto scientifica, evoluzione la sera prima di andare a dormire.

Foto di pixabay.com

Importante: nuova normativa MIFID

La normativa MIFID nata nel 2007 ha subito una profonda revisione da parte degli Organi Competenti. In particolare sono stati meglio regolamentati e soprattutto definiti gli aspetti inerenti la tutela (con maggior attenzione alla determinazione del profilo di rischio) e i molti aspetti riguardanti i costi, con importantissimi vantaggi per gli investitori. Finalmente non potranno più essere collocati prodotti non coerenti al profilo di rischio del cliente e al suo orizzonte temporale. Inoltre tutti gli oneri a carico degli investitori dovranno essere evidenziati in modo esplicito e dettagliato. Riteniamo quindi utile per i nostri lettori riportare alcuni cenni per meglio spiegare questo cambiamento davvero epocale.

Il debito pubblico troppo elevato è sempre un problema? Non è detto. Spunti su cui meditare.

In questi giorni si discute molto in merito al debito pubblico italiano troppo elevato che ha oggettivamente le potenzialità per far esplodere l’economia non solo italiana.

Tuttavia ci sono casi in cui situazioni apparentemente analoghe non rappresentano un problema.

Come può essere possibile?

Ce lo spiega in modo davvero interessante questo articolo de Il Sore 24 Ore dal quale è possibile comprendere come, a una posizione debitoria pesante, faccia da contraltare il massimo voto di solidità da parte delle agenzie di rating; con ovvi e diretti riflessi.