La necessità di studiare per accrescere la propria cultura finanziaria

Cultura finanziaria in Italia: perché è ancora così bassa e quali danni provoca

In Italia il livello di cultura finanziaria è da sempre particolarmente basso. Si tratta di un problema persistente, difficile da sradicare, che continua a produrre effetti molto concreti sia nelle scelte di investimento sia nella vita quotidiana.

Da anni fonti qualificate conducono indagini per misurare il livello di educazione finanziaria delle popolazioni di molti Paesi, non soltanto europei. Con disarmante regolarità, il confronto risulta sfavorevole per l’Italia, che tende a collocarsi nelle retrovie di queste classifiche.

Prendendo come riferimento l’Edufin Index 2024, emerge che il 56% degli italiani non raggiunge un livello sufficiente di preparazione e che il 12% si trova addirittura in una condizione di analfabetismo finanziario.

Quanto costa davvero la scarsa cultura finanziaria

La carenza di preparazione ha un costo molto elevato. Secondo alcune stime, genera ogni anno danni per circa 52,7 miliardi di euro: una cifra enorme, equivalente a una tredicesima, che rende bene il peso concreto del problema.

Non sorprende quindi che, negli ultimi anni, qualcuno abbia parlato di una sorta di nuova patrimoniale. Il riferimento può sembrare forte, ma il senso è chiaro: moltissimi cittadini pagano già, spesso in modo inconsapevole, il prezzo della scarsa cultura finanziaria.

Il problema è così rilevante che anche numerose istituzioni, pubbliche e private, stanno cercando di affrontarlo. Si pensi, ad esempio, alle iniziative del MEF, di SDA Bocconi, della Banca d’Italia, del Sole 24 Ore e di Borsa Italiana.

Perché la cultura finanziaria è anche una forma di tutela

In questo contesto emergono con forza tutte le problematiche legate alle asimmetrie conoscitive. Un soggetto poco preparato si trova inevitabilmente in una posizione di debolezza nei confronti di chi dispone, o afferma di disporre, di maggiori competenze: intermediari, reti commerciali, operatori di mercato, promotori di prodotti complessi o, nei casi peggiori, veri e propri truffatori.

Il problema non è saper risolvere formule matematiche complesse. Il punto è possedere quelle conoscenze essenziali che permettono di comprendere ciò che si sta facendo, valutare i rischi, riconoscere i costi e accendere un segnale di allarme davanti a proposte poco chiare o potenzialmente dannose.

Nella mia esperienza professionale, questo deficit di preparazione emerge spesso non tanto nelle nozioni teoriche, quanto nella difficoltà di valutare correttamente rischi, costi e coerenza degli strumenti proposti.

Le basi minime di una cultura finanziaria personale

Ma, in concreto, quali sono le basi minime di una cultura finanziaria personale? A mio avviso almeno queste:

  • una conoscenza elementare ma fondamentale del concetto di rischio e delle principali forme in cui esso può manifestarsi, come rischio tassi, rischio cambio, rischio emittente, liquidità, solvibilità, ecc.
  • un livello minimo di nozioni che consenta di comprendere il funzionamento dei principali strumenti di investimento, dai titoli azionari e obbligazionari ai prodotti gestiti a quelli assicurativi.
  • i concetti più semplici di matematica finanziaria e le conseguenze pratiche della loro applicazione, a partire da interesse semplice e interesse composto.
  • le regole e le consuetudini che governano i mercati e l’economia.
  • la consapevolezza di quali siano gli attori del mercato con cui, prima o poi, ci si troverà a confrontare.

Naturalmente si tratta soltanto di alcuni riferimenti iniziali, ma già sufficienti per orientarsi meglio e affrontare molte decisioni con maggiore consapevolezza.

Le cause storiche della scarsa educazione finanziaria in Italia

L’illusione della semplicità nei decenni dei titoli di Stato

Per un lunghissimo periodo, soprattutto tra gli anni Ottanta e Novanta, investire in titoli di Stato è apparso estremamente semplice. Richiedeva un impegno minimo, offriva rendimenti nominali elevati e trasmetteva una sensazione di sicurezza quasi assoluta. In realtà, quella facilità era in parte illusoria: il rendimento appariva molto soddisfacente sul piano emotivo, ma spesso lo era assai meno in termini reali, a causa dell’inflazione.

Questa falsa percezione di sicurezza ha prodotto una conseguenza pesante: ha ridotto quasi a zero gli stimoli ad approfondire, studiare e cercare soluzioni migliori. Non è un caso che gli investitori italiani abbiano storicamente detenuto basse quote di azionario e, quando presenti, spesso concentrate sul mercato domestico.

Dai fondi comuni al nuovo contesto dei tassi

Successivamente sono arrivati i fondi comuni. Su questi strumenti sono stati progressivamente convogliati patrimoni che prima erano investiti in titoli governativi detenuti direttamente, sapientemente dirottati dall’industria del risparmio gestito. In quella fase, gli effetti dei costi elevati non sono stati colti fino in fondo da molti risparmiatori, anche perché l’onda lunga dei rendimenti nominali del passato ne attenuava la percezione.

Negli anni successivi alla crisi del 2008 e poi durante la fase seguita alla diffusione del Covid, molti investitori si sono trovati in un contesto di forte incertezza. I rendimenti si sono compressi fino a essere in molti casi negativi. Abituati a un passato di rendimenti apparentemente facili, molti hanno reagito inseguendo ciò che sembrava offrire ancora qualcosa, acquistando titoli di Stato con scadenze molto lunghe senza comprenderne davvero il rischio.

Nel 2022, con il brusco ritorno dell’inflazione e il forte rialzo dei tassi, quella scelta si è rivelata per molti un errore pesante. Il calo dei prezzi di numerosi titoli obbligazionari ha colto di sorpresa una parte consistente dei risparmiatori, mettendo in evidenza quanta poca consapevolezza vi fosse sul rapporto tra tassi, durata e prezzi.

Il ritardo educativo e il peso delle spinte commerciali

A tutto questo si aggiunge un altro elemento: in Italia, per troppo tempo, l’insegnamento di un livello minimo ma imprescindibile di educazione finanziaria è stato di fatto trascurato. Mentre in altri Paesi questi temi sono stati introdotti nei percorsi di studio, da noi il ritardo è rimasto evidente.

Infine, non si può ignorare il peso delle fortissime spinte commerciali provenienti da banche, reti e compagnie assicurative. In molti casi, questi operatori hanno venduto prodotti finanziari e assicurativi complessi senza accompagnarli con un’informazione davvero coerente con il loro livello di difficoltà.

Ovviamente, come ultimo e gravissimo aspetto, questa debolezza rende i risparmiatori le prede preferite dei tanti truffatori che agiscono sfruttando proprio questa debolezza. Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, questo problema colpisce anche su livelli patrimonialità elevati che solitamente si abbinano a percorsi di studio o professionali tutt’altro che banali. Non sono quindi il censo, il livello di studi o l’esperienza professionale a garantire maggiore sicurezza o minore vulnerabilità.

Sta cambiando qualcosa oggi?

Dal mio osservatorio professionale direi di sì, soprattutto in relazione a due categorie di risparmiatori.

Le persone più adulte, che hanno vissuto direttamente molte delle fasi descritte sopra, dopo il 2022 hanno spesso iniziato a guardare i propri investimenti con maggiore oggettività. In molti casi hanno riconosciuto di non essere soddisfatte né dei risultati ottenuti né della qualità del servizio ricevuto. E da questa insoddisfazione è nata, finalmente, una maggiore disponibilità a documentarsi e capire.

I più giovani, invece, non essendo cresciuti nei “tempi del Bot al 10%”, mostrano spesso un atteggiamento mentale diverso. Sono più abituati a cercare informazioni, a confrontare fonti, a porsi domande e a pretendere risposte comprensibili. Naturalmente non dispongono di una conoscenza completa, ma in molti casi partono con maggiore reattività e curiosità rispetto alle generazioni precedenti.

Internet, con tutti i suoi pregi e i suoi limiti, sta contribuendo ad ampliare enormemente la disponibilità di informazioni per chi desidera costruirsi una cultura finanziaria almeno di base. Il vero problema, semmai, è selezionare bene queste informazioni.

Nella mia attività quotidiana, però, sto riscontrando una maggiore consapevolezza nell’affrontare la gestione dei propri risparmi. E questa, a mio avviso, è un’ottima notizia.

Conclusione

Capire questi meccanismi non significa diventare tecnici della finanza. Significa, più semplicemente, mettersi nelle condizioni di compiere scelte più consapevoli, comprendere meglio ciò che viene proposto e difendere con maggiore efficacia i propri risparmi.

In questo senso, la cultura finanziaria non è un tema astratto né riservato agli addetti ai lavori. È una forma concreta di tutela.

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