I costi non valutati correttamente possono diventare un grave pericolo per il portafoglio

Sappiamo davvero valutare l’impatto dei costi di gestione sui risultati?

Nella pratica professionale, l’impatto dei costi di gestione è uno degli aspetti che vedo più spesso sottovalutare.

In particolare vengono analizzate, peraltro raramente, le sole differenze di percentuale dei valori applicati, ma queste non generano nell’investitore un reale riscontro di quanto possano, in termini assoluti, essere penalizzanti soprattutto nel lungo termine.

Segnalo in proposito questo interessante articolo della Banca d’Italia che vi invito a leggere con attenzione. Questi sono argomenti, non sufficientemente divulgati al pubblico, ma che in realtà sono da parecchio tempo all’attenzione anche della CONSOB come riportato in questo vecchio post.

Ecco allora l’importanza di ragionare non solo in percentuale ma di calcolare il danno economico reale che si può subire. Almeno per avere una misura reale e oggettiva del problema.

Infatti il rendimento atteso è il parametro che solitamente attira maggiormente l’attenzione, mentre l’effetto dei costi viene spesso percepito come marginale. In realtà, su orizzonti temporali di medio / lungo periodo, può incidere molto più di quanto sembri.

Quindi la domanda fondamentale da porsi è: quanto siamo realmente consapevoli dell’impatto che i costi di gestione possono generare nel tempo?

Le percentuali, da sole, spesso non bastano a rappresentarne il peso effettivo. Una differenza che sulla carta può apparire contenuta può tradursi, negli anni, in una penalizzazione significativa del capitale finale. Per questo, più delle sole percentuali, sono gli importi concreti a rendere comprensibile il possibile danno economico di un costo più elevato.

Il motivo è semplice: il costo annuo non riduce soltanto il rendimento di un singolo anno, ma sottrae progressivamente risorse anche alla crescita futura del capitale. È questo effetto cumulativo a renderlo così rilevante.

Infatti, in virtù della capitalizzazione composta, un maggior costo abbatte la base di calcolo per l’anno successivo creando un danno che cresce negli anni.

Semplificando al massimo per far comprendere il concetto, se il primo anno la base di calcolo è 100, l’anno successivo, ipotizzando un rendimento del 6% e due differenti costi di gestione di 1% oppure 2,5%, avremo:

A) una base di calcolo di 105 (100+6%-1%)

B) una base di calcolo di 103,5 (100+6%-2,5%)

Su questi due valori, assai diversi, si dovrà calcolare il 6% di crescita dell’anno successivo. E ovviamente questo meccanismo si riprodurrà costantemente aumentato il gap di rendimento.

Un esempio concreto

Proviamo quindi a ipotizzare proprio il caso reale di un investimento di 100.000 euro, con un rendimento lordo annuo del 6% e un orizzonte temporale di 10 anni.

Si confrontino due ipotesi:

A) costo annuo 1%.

B) costo annuo 2,5%.

Nel primo caso, il rendimento netto annuo si riduce al 5%.

Nel secondo, si riduce al 3,5%.

La differenza può sembrare limitata. Ma il dato realmente utile emerge osservando il risultato finale.

Il risultato dopo 10 anni

Con un costo annuo dell’1%, il capitale finale raggiunge circa 162.889 euro.

Con un costo annuo del 2,5%, il capitale finale si ferma invece a circa 141.060 euro.

La differenza in valore assoluto tra i due risultati è di circa 21.830 euro.

La differenza in percentuale tra i due risultati è di circa il 15,5% in più.

È un divario che mostra con chiarezza come anche una differenza di costo non particolarmente ampia possa produrre, nel tempo, un effetto economico molto concreto.

Grafico che mostra l’evoluzione del capitale in 10 anni con due diversi costi annui di gestione

Perché il dato in euro è più chiaro della sola percentuale?

Finché il costo viene letto solo come percentuale, il suo impatto rischia di restare astratto. Quando invece viene tradotto in euro, su un orizzonte temporale definito, il suo peso diventa immediatamente più evidente.

È questo il passaggio essenziale: non limitarsi a conoscere il costo, ma comprenderne le conseguenze sul risultato netto dell’investimento.

Il valore della trasparenza

Parlare di trasparenza significa mettere il risparmiatore nella condizione di valutare con chiarezza almeno tre elementi:

1) rendimento lordo atteso

2) costo complessivo annuo

3) risultato netto potenziale nel tempo

Solo leggendo insieme questi dati è possibile formulare una valutazione più consapevole.

Il punto, naturalmente, non è inseguire in ogni caso la soluzione meno costosa. Il punto è comprendere se il costo richiesto sia coerente con il valore restituito e quale impatto possa avere, nel tempo, sul patrimonio investito.

Grafico di confronto del capitale finale ottenuto dopo 10 anni con costo annuo dell’1% e del 2,5%

Una formula essenziale

Per rappresentare in modo semplice questo meccanismo, può essere utile richiamare una formula di base:

Valore finale = capitale iniziale × (1 + rendimento annuo – costo annuo)^anni

È una formula essenziale, ma sufficiente per mostrare in modo chiaro come il costo annuo riduca progressivamente la capacità di crescita del capitale.

Ma quando è particolarmente importante affrontare questo ragionamento?

Proviamo a fare un esempio reale per rispondere alla domanda.

Nel mondo dei prodotti gestiti ci sono sostanzialmente due tipologie di fondi:

1) I fondi a gestione attiva che hanno come obbietto la sovra-performance rispetto al mercato nel quale investono utilizzando un team di gestione per ottenere questo risultato; team che ovviamente richiederà una lauta remunerazione. Il costo di gestione per un fondo attivo è solitamente di circa il 2,5% escludendo in questa fase altri oneri quali i pesanti costi di performance che sovente vengono imputati sul fondo e quindi non sono direttamente visibili all’investitore.

2) Gli ETF che, sullo stesso mercato, hanno come obbiettivo la sola replica, quanto più fedele possibile, del mercato e quindi non hanno un team di gestione attiva e di conseguenza addebitano oneri sensibilmente più contenuti. Il costo di gestione di un ETF è infatti solitamente dello 0,5%.

Se, a parità di mercato investito e quindi anche di rischio, la gestione attiva è realmente tale (e soprattutto è persistente nel tempo) dovrà restituire costantemente un risultato al netto dei costi oggettivamente superiore a quello del mercato e quindi il costo sopportato può essere ragionevole.

Ma se, come nella maggioranza dei casi ciò non avviene, ecco che avremo due fondi che investimento nello stesso mercato e che, a sostanziale parità di risultati (nei casi migliori), costano uno il 2,5% e l’altro lo 0,5%.

E questo non va bene.

Conclusione

I costi di gestione non rappresentano un elemento secondario, ma una componente che può incidere in misura significativa sul rendimento netto di un investimento.

Anche differenze apparentemente contenute possono tradursi, in un arco di dieci anni, in riduzioni rilevanti del capitale finale. Per questo una valutazione attenta dei costi non dovrebbe mai fermarsi alla sola percentuale, ma considerare sempre il loro effetto economico concreto nel tempo.

4 commenti
  1. Maurizio Natta
    Maurizio Natta dice:

    Buonasera, dall’analisi da lei fatta sembra che i fondi di gestione attiva siano strumenti molto costosi e poco efficienti che non reggono il confronto con gli ETF. Ma perchè, a questo punto, i fondi attivi continuano ad essere strumenti presenti sul mercato? Quelli presenti sono solo quelli che danno un rapporto costo/prestazione a livelli di ritorno interessanti per il sottoscrittore? Tra l’altro questo rapporto non è costante nel tempo, quindi un ulteriore onere nel monitoraggio?

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    • Studio Dolza Cfi
      Studio Dolza Cfi dice:

      Buongiorno, sono ormai disponibili diverse fonti affidabili che dimostrano in modo direi indiscutibile che i fondi a gestione attiva hanno alcuni importanti limiti: 1) Su diversi orizzonti temporali sottoperformano gli indici (quelli corretti cioè emessi da specifiche aziende e non quelli commerciali creati ad hoc) 2) Non hanno persistenza, cioè il risultato che offrono non è mediamente e costantemente superiore a quello del mercato sul quale investono 3) i costi che gravano sui clienti (diretti = costo di gestione + indiretti = costi di performance) non sono proporzionati ai risultati offerti.
      Se esistessero fondi realmente attivi, con elevata persistenza e risultati resi proporzionati al costo (che quindi, teoricamente, non deve necessariamente essere bassissimo) sarebbero sicuramente una scelta molto interessante soprattutto proficua. Ma questo, nella realtà, non avviene quasi mai.
      Per questi motivi, da anni prima nei paesi anglofoni o comunque nordici dove la cultura finanziaria viene erogata efficacemente, ma ora con grande forza anche in Europa, è in atto una importante rotazione da parte dei clienti in uscita dai fondi attivi verso gli ETF, tanto maggiore quanto più cresce la consapevolezza degli investitori finali. Grazie per il suo intervento.

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    • Studio Dolza Cfi
      Studio Dolza Cfi dice:

      Purtroppo non si è abituati ad approfondire molti temi che riguardano gli investimenti del proprio patrimonio, in particolare sui costi e sul loro impatto in valore assoluto nel medio / lungo periodo. Grazie per il commento al post.

      Rispondi

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