
Rendiconto costi MiFID II: i costi degli investimenti che molti risparmiatori non riescono ancora a vedere
Secondo le disposizioni della normativa MiFID II, a partire dal 2019, ogni investitore dovrebbe ricevere una rendicontazione chiara, personalizzata e comprensibile di tutti i costi sostenuti nell’anno precedente per i servizi di investimento e per gli strumenti finanziari detenuti.
Non una comunicazione generica. Non una tabella incomprensibile nascosta tra decine di documenti. Non un’informazione dispersa all’interno dell’home banking.
È un passaggio fondamentale della normativa MiFID II, entrata in vigore il 3 gennaio 2018, che ha introdotto obblighi molto più stringenti in materia di trasparenza verso gli investitori.
Eppure, a distanza di anni, molti risparmiatori continuano a non sapere davvero quanto pagano.
Nell’ottimo articolo pubblicato sull’inserto Plus 24 de il Sole 24 dello scorso leggiamo:
“I tentativi di insabbiare
Solo 6 intermediari su 28 hanno inviato una notifica esplicita, con una email o all’interno dell’area personale, dell’avvenuta pubblicazione del documento. Eppure la consegna e la spiegazione del rendiconto dei costi potrebbe rappresentare un’occasione per essere trasparenti e rinsaldare il rapporto di fiducia tra consulente e cliente.”
I simile comportamento appare davvero incredibile.
Il rendiconto costi MiFID II non è un dettaglio burocratico
Il rendiconto annuale dei costi non è un documento secondario.
È lo strumento che dovrebbe permettere al cliente di capire, almeno una volta all’anno, quanto è costato complessivamente il proprio rapporto di investimento.
La normativa prevede che i costi siano indicati sia in percentuale sia in valore assoluto.
Ed è proprio qui che cambia tutto.
Leggere che un portafoglio ha sostenuto costi pari al 2% può sembrare un dato astratto, quasi innocuo.
Leggere che quei costi corrispondono, per esempio, a 20.000 euro ha un impatto completamente diverso. Estremamente realistico.
La percentuale tende spesso a minimizzare la percezione del costo. Il valore in euro, invece, rende immediatamente chiara la dimensione reale dell’onere sostenuto.
Quali costi dovrebbero essere indicati
Il rendiconto dovrebbe consentire al cliente di comprendere il costo complessivo del proprio investimento.
In linea generale, dovrebbero essere rendicontati i costi relativi agli strumenti finanziari, i costi del servizio di investimento, gli eventuali costi accessori, gli oneri connessi alle operazioni effettuate e le eventuali retrocessioni o incentivi percepiti dall’intermediario.
Il punto centrale non è soltanto l’esistenza formale del documento.
Il punto centrale è che quel documento sia effettivamente fornito al cliente in modo chiaro, riconoscibile e comprensibile.
Un rendiconto che esiste ma che il cliente non trova, non riconosce o non riesce a interpretare correttamente non realizza lo scopo della normativa.
Consob è intervenuta più volte sul tema
Il problema della trasparenza sui costi non è nuovo.
Già nel 2019 la Consob era intervenuta con un Richiamo di attenzione sulle informazioni relative ai costi e agli oneri, rivolto agli intermediari, proprio per richiamare l’attenzione sull’importanza di una corretta informativa ex ante ed ex post.
Nel 2020 la Consob è poi tornata sul tema con la Raccomandazione n. 1/2020 sulla rendicontazione ex post dei costi e oneri, precisando che l’informativa deve essere chiara, corretta, non fuorviante e facilmente individuabile.
Questo passaggio è molto importante.
L’obbligo non dovrebbe essere inteso come una semplice pubblicazione passiva del documento in un’area riservata difficilmente individuabile. Il rendiconto annuale dei costi e oneri deve essere effettivamente fornito al cliente, in modo chiaro, personalizzato e riconoscibile.
Se l’intermediario sceglie di renderlo disponibile tramite home banking o area riservata, il cliente dovrebbe essere messo concretamente nelle condizioni di sapere che quel documento esiste, dove trovarlo e che cosa contiene.
Anche ESMA ha segnalato criticità nella disclosure dei costi
Il tema non riguarda soltanto l’Italia.
Nel 2023 anche ESMA ha pubblicato un documento dedicato alle aree di miglioramento nella disclosure dei costi e oneri prevista dalla MiFID II. L’autorità europea ha evidenziato criticità legate al formato dei documenti, al contenuto delle informazioni, alla rappresentazione degli incentivi e alla capacità del cliente di comprendere l’effettivo impatto dei costi sul rendimento.
Il punto è evidente: la trasparenza non può essere solo formale.
Non basta che un’informazione esista da qualche parte. Deve essere accessibile, leggibile e utile per chi la riceve.
Diversamente, il rischio è che la normativa venga rispettata solo in apparenza, mentre il cliente continua a non avere una percezione chiara dei costi realmente sostenuti.
Perché il rendiconto dei costi è così importante per il risparmiatore
I costi sono uno degli elementi più sottovalutati nella valutazione dei risultati degli investimenti. Eppure, se non oggettivamente giustificati dal servizio reso, sono una delle principali cause di risultati insoddisfacenti.
Molti investitori si concentrano quasi esclusivamente sui rendimenti, sull’andamento dei mercati, sulle cedole o sulle performance di breve periodo.
Molti meno, invece, si soffermano sull’impatto dei costi nel tempo.
Eppure i costi incidono direttamente sul rendimento netto finale. Non sono un dettaglio marginale. Sono una sottrazione certa da risultati che, invece, sono sempre incerti.
Un portafoglio può anche essere costruito con strumenti validi, ma se presenta costi eccessivi o poco trasparenti rischia di compromettere una parte rilevante del risultato finale.
Per questo il rendiconto annuale dei costi dovrebbe essere letto con attenzione da ogni investitore.
Perché è così importante sapere esattamente quanto si paga?
Per rendere più esplicito l’impatto dei costi, ecco una tabella nella quale, su un ipotetico capitale iniziale di 100.000 euro sono stati ipotizzati costi del 2,5% (reali che è facile riscontrare su molti portafogli) e un rendimento del 5% entrambi annui. L’orizzonte temporale è in questo caso di dieci anni.
Se tra i lettori qualcuno pensasse che il costo indicato sia troppo elevato, credo possa essere interessante visitare la pagina dell’ESMA (European Securities and Markets), la massima autorità di vigilanza in Europa, dove sono indicati i costi mediamente applicati.
É quindi evidente che i costi (certi e costanti) non sono coerenti al rendimento (medio e ipotetico) realizzato.
Analoga valutazione andrebbe poi effettuata anche in merito al profilo di rischio dell’investitore.

Il dato più preoccupante: molti clienti non sanno cosa cercare
Il problema non riguarda soltanto gli intermediari.
Riguarda anche l’atteggiamento dei clienti.
Molti risparmiatori non chiedono il rendiconto dei costi perché non sanno di averne diritto. Altri lo ricevono ma non lo leggono. Altri ancora lo trovano troppo complesso e finiscono per ignorarlo.
In questo modo, però, si crea una situazione paradossale.
Esiste una normativa costruita per aumentare la trasparenza, ma una parte rilevante degli investitori continua a non utilizzare lo strumento che potrebbe aiutarli a capire quanto stanno pagando davvero.
Nel 2019 avevo già scritto un articolo su questo tema: Al risparmiatore non far sapere.
A distanza di anni, purtroppo, il tema resta ancora molto attuale come anche riportato in questo articolo.
La mia esperienza con il controllo OCF
Qualche anno fa l’OCF, l’Organismo di Vigilanza e tenuta dell’albo unico dei Consulenti Finanziari, mi ha inviato una richiesta formale per dimostrare di aver trasmesso ai miei assistiti il rendiconto annuale dei costi.
Ho fornito la documentazione richiesta, non attraverso una semplice dichiarazione, ma con evidenze oggettive e documentali.
La questione si è conclusa senza difficoltà.
Racconto questo episodio perché dimostra una cosa molto semplice: quando i controlli vengono effettuati, il rispetto degli obblighi può essere verificato in modo concreto.
E dimostra anche che la trasparenza non è un principio astratto, ma una pratica professionale quotidiana.
Cosa dovrebbe fare ogni investitore
Ogni investitore dovrebbe chiedere con chiarezza al proprio intermediario o consulente:
- il rendiconto annuale dei costi e oneri MiFID II
- il dettaglio dei costi in percentuale e in euro
- la distinzione tra costi dei prodotti finanziari e costi del servizio di investimento
- l’indicazione di eventuali retrocessioni o incentivi
- l’impatto complessivo dei costi sul rendimento del portafoglio
- una spiegazione comprensibile delle singole voci indicate nel rendiconto
Queste informazioni non dovrebbero essere percepite come una concessione.
Sono informazioni dovute.
E, soprattutto, sono necessarie per valutare correttamente la qualità del servizio ricevuto.
Il vero problema non è pagare un costo, ma non poterlo giudicare rispetto al servizio reso
Pagare un costo per un servizio professionale non è un problema in sé e anzi è ovviamente la normalità.
Il problema nasce quando il cliente non sa quanto paga, non capisce per che cosa paga, non riesce a distinguere i costi espliciti da quelli impliciti e non può valutare se il servizio ricevuto giustifica realmente gli oneri sostenuti.
La trasparenza sui costi non serve a demonizzare ogni forma di costo.
Serve a permettere al cliente di fare una valutazione consapevole.
Un costo chiaro, spiegato e coerente con il valore del servizio può essere accettabile.
Un costo opaco, disperso o non compreso diventa invece un problema serio.
Uscire dall’atteggiamento passivo
Per troppo tempo molti risparmiatori hanno accettato passivamente documenti complessi, comunicazioni poco leggibili e costi difficili da individuare.
Chi investe il proprio patrimonio deve pretendere chiarezza.
Deve sapere quanto paga.
Deve poter leggere i costi in euro.
Deve poter chiedere spiegazioni.
E deve poter confrontare il costo sostenuto con il servizio realmente ricevuto.
La trasparenza non dovrebbe essere un favore.
Dovrebbe essere il punto di partenza di ogni rapporto serio tra cliente e professionista.
L’atteggiamento dello struzzo, da molto tempo, non paga più.



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