ETF settoriali ed ETF attivi nel portafoglio core-satellite

ETF: quando troppa offerta può diventare un rischio

Negli ultimi anni l’offerta di ETF è cresciuta in modo impressionante. ETF settoriali, ETF attivi e prodotti sempre più di nicchia hanno ampliato enormemente le possibilità di scelta. A prima vista potrebbe sembrare solo un vantaggio per gli investitori.

Non sempre, però, è così.

Più scelta non significa automaticamente più qualità, né maggiore semplicità per chi investe. In alcuni casi, anzi, l’eccesso di offerta può diventare esso stesso una fonte di rischio, soprattutto per l’investitore finale.

Per capire perché, è utile fare un passo indietro e tornare alla logica originaria dell’ETF.

Che cos’era, all’origine, un ETF

L’ETF nasce come uno strumento semplice ed efficiente. La sua funzione è replicare nel modo più fedele possibile un mercato attraverso un indice di riferimento. Ed è proprio questo il punto: per sua natura si tratta di una replica passiva.

Di conseguenza non dovrebbe esserci una gestione discrezionale finalizzata a scegliere i titoli ritenuti migliori nel tentativo di battere il mercato. Questo si traduce, normalmente, anche in costi sensibilmente più contenuti rispetto ai fondi a gestione attiva. Nel caso del mercato azionario, per fare un esempio, si può ragionare indicativamente su circa lo 0,5% contro il 2,5% annui.

Per un lungo periodo questa impostazione è stata piuttosto lineare. Gli ETF più diffusi replicavano grandi mercati azionari o obbligazionari attraverso indici costruiti da emittenti specializzati, con l’obiettivo di offrire all’investitore uno strumento chiaro, leggibile e coerente con il mercato che si voleva rappresentare.

È proprio questa linearità che, col passare del tempo, si è progressivamente attenuata.

Come sono nati gli ETF di nicchia

Una volta che i primi e più importanti player internazionali hanno coperto i principali mercati, l’industria ha cominciato a spingersi sempre di più verso segmenti settoriali, temi specifici, nicchie via via più strette e, in alcuni casi, mercati ancora in fase iniziale di sviluppo.

È qui che, secondo me, si è iniziato a vedere un cambiamento importante.

Con l’enorme crescita di interesse verso questa tipologia di strumenti, il mercato degli indici principali si è rapidamente saturato in quanto coperto dai principali emittenti. I nuovi attori, entrati dopo in questo settore, hanno dovuto scegliere di creare prodotti sempre più specializzati e su mercati sempre più di nicchia generando molto interesse commerciale verso “nuovi settori di investimento”.

Quando il prodotto si allontana da un grande mercato ben identificabile e si sposta verso aree molto specialistiche, il benchmark rischia di perdere qualità e rappresentatività. In alcuni casi non siamo più di fronte a veri indici di mercato in senso pieno, ma a costruzioni dell’emittente stesso dell’ETF che seleziona un numero limitato di titoli e che finiscono per rappresentare solo in parte il mondo nel quale dichiarano di investire.

Il problema non è soltanto teorico. Più ci si sposta verso nicchie piccole o ancora immature, più aumentano anche una serie di criticità decisamente concrete.

Quando l’eccesso di offerta diventa un problema

Il primo tema è il rischio.

Se il mercato di riferimento è troppo ristretto o nuovo, le aziende inseribili nel prodotto saranno inevitabilmente meno numerose, spesso più piccole e talvolta meno solide. In alcuni casi potranno anche presentare minore liquidità o livelli di indebitamento elevati. Tutto questo comporta una maggiore concentrazione e quindi una fragilità più elevata del prodotto stesso.

C’è poi un tema di efficienza. Dove i sottostanti sono meno numerosi o meno liquidi, anche gli scambi tendono a essere meno efficienti o comunque meno numerosi. E quando l’efficienza si riduce, il costo implicito per l’investitore può aumentare, anche semplicemente attraverso spread denaro-lettera meno favorevoli.

Esiste poi un altro aspetto che spesso viene sottovalutato: se un ETF raccoglie masse troppo contenute, i costi fissi pesano in modo preponderante e quindi il rischio di chiusure, fusioni o incorporazioni non è affatto teorico.

Infine c’è il tema, molto delicato, delle mode di mercato.

Un settore di nicchia può anche presentarsi inizialmente come molto promettente. E può esserlo davvero, almeno in teoria. Ma tra una buona narrazione e un buon investimento c’è spesso una distanza enorme. Negli ultimi anni lo si è visto bene in diversi comparti legati, per esempio, alla transizione energetica, alle energie pulite, alle batterie o alla mobilità green: storie apparentemente fortissime, prospettive molto accattivanti, grande spinta commerciale. Poi però la realtà dei costi, della concorrenza globale, delle filiere industriali e della sostenibilità economica ha riportato tutto su un piano molto più complesso.

Per questo continuo a pensare che acquistare un ETF solo perché sembra interessante o perché in quel momento è molto di moda possa essere una strada pericolosa.

ETF settoriali, portafoglio core-satellite e piani di accumulo

A mio avviso gli ETF settoriali possono avere un loro spazio, ma in modo molto preciso: non come componente fondamentale del portafoglio principale, bensì come componente satellite e quindi decisamente minoritaria, accanto a una parte core solida, ampia e ben diversificata.

Questo è il punto centrale. Un ETF settoriale può avere senso se viene inserito come integrazione mirata all’interno di una asset allocation già equilibrata. Molto meno se viene utilizzato come esposizione principale o, peggio ancora, come scommessa isolata su un tema del momento.

In questo contesto i piani di accumulo possono rappresentare una modalità interessante di utilizzo. Il PAC, infatti, consente di distribuire gli ingressi nel tempo e di ridurre almeno in parte il rischio di concentrare tutto l’investimento in una fase di mercato sfavorevole, cosa che su strumenti settoriali o tematici può essere particolarmente delicata. Questo, naturalmente, a condizione che ci sia piena coerenza almeno tra profilo di rischio e orizzonte temporale.

Proprio perché questi ETF, nel mio approccio, hanno una funzione satellite e sono compensati dalla parte core del portafoglio, in un piano di accumulo possono anche assumere un peso relativamente più significativo rispetto a quanto avverrebbe in altre impostazioni. Questo però non significa affatto che possano essere scelti con leggerezza.

Resta infatti indispensabile valutarne con attenzione diverse caratteristiche: la modalità di replica, il differenziale denaro / lettera,  la qualità del benchmark, la numerosità e la solidità dei titoli sottostanti, la liquidità dello strumento, i costi e soprattutto la coerenza del prodotto rispetto al ruolo specifico che deve svolgere nel portafoglio.

In altre parole, il punto non è “settoriale sì” o “settoriale no”. Il punto è capire se quello specifico ETF, in quel preciso contesto, possa avere senso come satellite all’interno di un portafoglio costruito con criterio.

Perché non utilizzo ETF (azionari) attivi nei portafogli

Nel momento in cui si introduce una vera componente di gestione attiva, si ripresentano inevitabilmente anche molti dei limiti tipici che essa comporta come ormai ampiamente documentato.

Penso, per esempio, alla costruzione del benchmark, ai criteri con cui vengono scelti i titoli, al peso attribuito ai singoli strumenti, al timing con cui si effettuano revisioni e manutenzione del portafoglio e, più in generale, al rischio che il parametro di confronto non rappresenti in modo fedele il mercato che si vorrebbe misurare.

In altre parole, si perde una parte importante di quella linearità che ha reso l’ETF così efficace nella sua impostazione originaria. Per contro si acquisisce un potenziale rischio e di aleatorietà che ritengo non trascurabile.

É anche per questo motivo per il quale non utilizzo prodotti azionari attivi nei miei portafogli.

Diverso il discorso nel casi di ETF che investono sui mercati obbligazionari, ma rimane comunque vincolante e imprescindibile un’attenta valutazione del singolo prodotto.

Non perché mi interessino le etichette, ma perché considero essenziale capire che cosa si sta davvero comprando. Se dentro uno strumento rientrano discrezionalità, scelte attive e tutti i possibili errori connessi a quelle scelte, allora, a mio avviso, siamo già molto lontani dall’idea iniziale di ETF.

La spinta commerciale dell’industria ETF

Negli ultimi tempi il mercato ha mostrato una forte pressione commerciale anche su questo fronte. Sono nati prodotti nuovi in quantità crescente e non sempre è facile vedere, dietro questa proliferazione, una reale esigenza, o un reale vantaggio dell’investitore.

Talvolta il dubbio è che certi ETF servano più a intercettare raccolta, a presidiare una moda o a dare visibilità a nuovi emittenti che non a costruire strumenti davvero utili per chi investe.

Questo, naturalmente, non significa che ogni nuovo ETF sia da evitare. Significa però che la semplice novità, di per sé, non è un pregio. E che il fatto di poter comprare quasi qualunque cosa non equivale affatto a dire che abbia senso farlo.

Il vero rischio per l’investitore finale

Tutto questo diventa ancora più delicato se pensiamo all’investitore finale, che, senza avere strumenti e preparazione sufficienti per valutarli davvero, spesso si trova davanti a una quantità enorme di prodotti.

Per rendere tangibile questo aspetto segnalo che sono circa 2.200 a gennaio 2016 gli ETF quotati solo sul mercato italiano.

A complicare ulteriormente il quadro c’è poi la pseudo-informazione che circola online e sui social, dove questi prodotti vengono spesso raccontati con una leggerezza del tutto sproporzionata rispetto alla complessità reale delle scelte di investimento.

La CONSOB sta monitorando con attenzione questo pericoloso fenomeno e si sta attivando con diverse iniziative per proteggere gli investitori più esposti per mancanza di preparazione.

Il risultato, molto spesso, è un pericoloso eccesso di sicurezza: si pensa di avere capito tutto solo perché si conosce un nome, un settore di moda o una sigla. Ma investire non significa inseguire ciò che è più citato, più venduto o più commentato.

Conclusioni

La vastissima offerta di ETF disponibile oggi sul mercato è, da un lato, un vantaggio. Sarebbe sbagliato negarlo.

Ma non basta fermarsi lì.

Perché accanto al vantaggio della scelta c’è anche il rischio di confondere la quantità con la qualità, la novità con l’utilità, la moda con la razionalità.

Per questo oggi più che mai diventa importante mantenere lucidità, contenere l’emotività e analizzare i singoli strumenti in modo serio, approfondito e il più possibile oggettivo prima di inserirli in portafoglio.

Ogni ETF andrebbe valutato non per la sua etichetta, ma per il ruolo concreto che può avere nel portafoglio. Ed è proprio qui che un approccio di consulenza finanziaria indipendente può fare la differenza.

6 commenti
  1. Castle
    Castle dice:

    Concordo decisamente con il post. Se da una parte è vero che non si può vivere di solo MSCI World ed è corretto poter puntare su qualche diversificazione più spinta (dalle materie prime ai vari settori obbligazionari, tecnologici, energetici, etc o le varie macro-geografie), dall’altra la proliferazione troppo spinta dei prodotti ETF mina la semplicità e il basso rischio di “non compliancy”, due fattori molto attraenti per l’investitore non professionale. Spero ardentemente che la CONSOB e gli organismi internazionali monitorino e agiscano senza aspettare che “i buoi scappino”, come qualche volta è accaduto in passato…

    Rispondi
    • Studio Dolza Cfi
      Studio Dolza Cfi dice:

      Purtroppo credo che uno dei problemi principali risieda nella scarsa preparazione dei risparmiatori / investitori italiani, figlia di un tempo che non c’è più (obbligazioni governative con rendimenti nominali che appagavano emotivamente – non in termini reali – e non generavano alcuno stimolo a documentarsi o cercare alternative), ma anche di attori che dalle asimmetrie conoscitive traggono grande potere commerciale. Senza un ragionevole livello di preparazione finanziaria elementare, è facile (e normale) cadere vittime di mode o della propria emotività. Grazie per il suo commento.

      Rispondi
    • Studio Dolza Cfi
      Studio Dolza Cfi dice:

      Buongiorno,
      grazie del commento per me importantissimo. Vorrei che nel tempo questo blog, con le sue diverse sezioni, diventasse un vero punto di scambio di informazioni e di opinioni e quindi la partecipazione dei miei lettori è fondamentale.

      Rispondi

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *