Pensierino estivo. Fino a quando continueranno a raschiare il fondo del barile? Fino a bucarlo?!?

Durante l’estate, solitamente non ci sono molti argomenti interessanti sui quali discernere.

Ma, mai dire mai.

Pensieri in libertà slegati dal quadro politico attuale.

Oggi è comparsa la notizia riportata nel link a fondo pagina, che potrebbe apparire poco interessante o importante in merito alla modalità del reperimento fondi da parte del nostro Governo.

Su questo problema la congiuntura storicamente scatena la creatività del governo di turno.

Per esempio pochissimo tempo fa è stata concessa agli investitori italiani la possibilità di pagare (anticipatamente e in contanti) una tassazione ridotta del 14% al posto dell’usuale 26%.

Non sembrerebbe una soluzione che denoti una situazione propriamente rosea. Sopratutto per chi, dall’estero, ci dovrebbe sostenere.

Come recita un vecchio detto: “Pochi, maledetti e subito”; forse non il massimo per le finanze di un paese membro del G7, G20 e dei vari G che possiamo immaginare.

Ultimamente si discute di tassare gli extra profitti di qualsiasi azienda che ne abbia generati in questo periodo e in alcuni casi ciò è già avvenuto.

Oggi sembra il momento delle banche.

Non ne faccio un problema di perequazione (ben altro tema e assai più complesso), ma in teoria in un libero mercato, ogni azienda dovrebbe essere in grado di accantonare gli utili che è stata in grado di produrre (ovviamente in condizioni della massima tutela delle sue controparti).

Gli aspetti personalmente molto preoccupanti di questo approccio sono altri due:

  • Si sta raschiando il fondo del barile con una forza tale da riuscire potenzialmente a bucarlo.
  • É chiaro come il sorgere del sole che persevera tragicamente la volontà di evitare (o non essere capaci di realizzare) una programmazione di lungo periodo perché questa comporterebbe inevitabilmente una pesante perdita di voti nell’immediato in cambio del vero bene del paese.

Nelle nostre vacanze estive, leggiamo con attenzione queste notizie perché se ci ragioniamo, possiamo disegnare un quadro più preciso quanto realistico non solo della situazione attuale, ma soprattutto dei possibili sviluppi nel futuro.

Adesso il debito pubblico italiano è – per il momento – sotto controllo, ma mai dire mai con questo tipo di approccio.

E se il fondo del barile fosse ormai vuoto o addirittura venisse bucato a forza di raschiare?

Buone vacanze.

 

Investire nelle mosche? L’importante è non ritrovarsi con un pugno di mosche. La finanza comportamentale e gli errori degli investitori.

Alcuni comportamenti strettamente legati alla finanza comportamentale possono facilmente generare conseguenze disastrose sui portafogli.

Esiste il momento “giusto per investire”?

 

Mantenere troppa liquidità sul conto corrente è un bene?

 

Non intervenire sul portafoglio in essere aspettando “che si riprenda” è una scelta corretta?

 

Disinvestire o investire con rapidità tutto il portafoglio?

 

Sono modalità corrette oppure sono solo figlie della devastante finanza comportamentale?

 

Valutiamo, partendo da alcuni casi reali, alcuni approcci che si possono facilmente riscontrare tra i risparmiatori con scarsa cultura finanziaria e pessimi supporti professionali.

 

Il momento giusto per investire.

Un possibile cliente, frastornato dai cambiamenti in atto nell’economia, nella società mondiale, a livello politico e spaventato da esperienze sbagliate decide di non investire e di attendere tempi migliori (a suo avviso). Quando i tempi migliori arriveranno e con quali parametri oggettivi saranno valutati, sono concetti inesistenti e persi nella nebbia.

Da molto tempo i fondi che mi hanno venduto sono in perdita, ma ora non mi muovo e aspetto che risalgano prima di cambiare.

Guardi, comprendo ciò che mi ha spiegato e dimostrato. Purtroppo, mi hanno venduto pessimi prodotti sia verso i mercati che verso i concorrenti, ma non mi sento di vederli in perdita e quindi li tengo e aspetto che risalgano.” Già. Quando?

Troppa liquidità ferma sul conto corrente per “non perdere” soldi.

Un risparmiatore ha deciso che non si fida più dei “mercati” che sono solo in balia dei “poteri forti” che vogliono solo arricchirsi sulle spalle “dei piccoli” e ha deciso di mantenere un’importante liquidità ferma sul conto corrente “in attesa”. Alla domanda “In attesa di cosa?”, la risposta è stata: “Vedremo”.

È un ottimo momento, investo tutto perché ci sono ottime condizioni. Oppure i mercati crollano liquido tutte le posizioni e mi metto in difesa.

Tempo fa ho acquisito un nuovo assistito che ha portato in dote un importante portafoglio composto al 70% di singole azioni italiane scelte da lui senza alcun criterio tecnico ma seguendo le indicazioni di alcuni dei tanti guru del web. Mi ha spiegato che aveva iniziato a far da sé dopo anni di insoddisfazione di rapporto presso alcune banche, e che all’inizio aveva guadagnato molto bene. Ma poi – come sempre nella vita – il vento era cambiato ed era letteralmente spaventato dalle oscillazioni di quel portafoglio. Ho iniziato il mio lavoro riducendo pesantemente gli attivi, diversificando quanto ancora investito e predisponendo una forte percentuale di liquidità. Poi dopo due mesi è apparso inaspettato il Covid 19 con le conseguenze che tutti abbiamo conosciuto. Il portafoglio in quel momento ha subito ovviamente una flessione seppur di circa un quinto degli indici. Non si trattava di una valutazione soggettiva, ma di una oggettiva in quanto dimostrata dai numeri e il confronto con il portafoglio iniziale era impietoso. A partire dall’estate abbiamo ripreso con una serie di acquisti per prepararsi a una futura ripresa quando sarebbe stata ragionevolmente prevedibile. A ottobre il cliente non ha più retto nonostante i numeri dimostrassero ampiamente che andavamo nella giusta direzione e i tanti incontri e le ore investite per cercare di aiutarlo e portare razionalità nel suo animo. Peraltro, in quei mesi, mi ha telefonato in continuazione proponendomi di investire su tutti i possibili titoli che in qualche modo “trovava e valutava interessanti” sui vari forum in rete. Ha quindi deciso di vendere tutto perdendosi così completamente la risalita molto forte che si è manifestata nei mesi successivi e vanificando tutto il lavoro svolto fino a quel momento. Ovviamente appena possibile ho dato disdetta del contratto perché il mio lavoro è anche quello di eliminare i rischi dei miei clienti e di non cercarne altri che non posso minimamente gestire.

 

Proviamo ora a ragionare su questi aspetti.

 

Non esiste il momento per investire o per non farlo a prescindere.

Esiste l’analisi delle esigenze, del profilo al rischio, degli orizzonti temporali dell’investitori e – ultimo ma certamente non ultimo – deve esistere la programmazione e la massima condivisione delle strategie proposte. Tutte le scelte che ne deriveranno saranno orientate all’adattarsi a questi parametri. Peraltro, non è detto che una fase di flessione dei mercati debba necessariamente divenire una fase negativa per il portafoglio, anzi. Dipende da quanto indicato sopra.

Sarebbe come recarsi a fare una passeggiata scegliendo l’abbigliamento senza minimamente pensare a quali condizioni meteo si dovranno affrontare. Non si smette di uscire solo perché le previsioni indicano neve oppure che si possa andare in alta montagna seppur in piena estate, indossando solo una maglietta di cotone e un paio di pantaloncini corti.

La troppa liquidità ferma sul conto corrente non è certamente sinonimo di sicurezza o di mancate perdite.

Questa scelta può generare tre diversi tipi di danno. La prima è legata alla perdita di potere di acquisto legata all’inflazione che per molti anni è stata contenuta, ma nel prossimo futuro potrebbe anche riprendere a crescere (vedi articolo). La seconda è legata al rischio della controparte bancaria che è coperto solo per 100.000 euro per ogni cliente / banca utilizzata (vedi articolo). La terza deriva dai mancati guadagni legati al fatto di non essere investiti. Se è vero che qualsiasi investimento comporta comunque un rischio, è altrettanto vero che questi possono essere ragionevolmente mitigati fino a ricondurli a una misura coerente con il profilo di rischio del singolo investitore. In questo caso fondamentali saranno le scelte di portafoglio che verranno proposte, i costi sostenuti per l’acquisto e la relativa gestione. La liquidità sul conto corrente, oltre ad essere la prima difesa in situazione di emergenza personale, può diventare una fortissima alleata, ma non certamente l’unica soluzione di gestione del patrimonio. Infine la liquidità parcheggiata sui conti correnti sta diventando un problema per le banche come nel caso di Fineco che si riserva di chiudere i conti con giacenza troppo elevata (a meno che i clienti investano sui loro prodotti…) come potrete leggere in questo articolo. Questo però è un altro discorso.

Gli eccessi nel vendere o acquistare sulla base di valutazioni che partono dalla propria emotività e che nel web cercano spunti per auto-convincersi della loro validità.

Accade a tutti, anche ai più grandi e bravi gestori, di dover convivere con una componente non pienamente razionale che può portare a fare considerazioni a forte connotazione emotiva. Ma queste figure sono pagate e soprattutto preparate per gestirla al meglio.

Molti risparmiatori invece le subiscono pesantemente sia nelle fasi di mercati in rialzo sia che in quelle di discesa. Ciò può materializzarsi in due comportamenti quasi opposti.

A) Salire sul treno all’ultima fermata quando i mercati sono ai massimi e ci sono ottimi segnali che invece farebbero pensare a un possibile storno.

B) Vendere tutto esattamente quando sarebbe meglio non farlo.

Storicamente sono i due maggiori generatori di sottoperformance di un portafoglio rispetto ai mercati (ipotizzando gestori efficienti e oneri ragionevoli).

La qualità del risultato finale dipende in larghissima misura dalla qualità delle scelte iniziali di allocazione degli attivi e, se questi sono efficienti e a basso costo, rimarrà “solo” un lavoro di sostanziale – ma fondamentale – messa a punto nel corso del tempo rispetto ai mercati o alla situazione del singolo investitore.

 

Il mondo e i mercati stanno cambiando.

 

Questo fatto è chiaramente visibile e constatabile da chiunque. Da una parte di perdono opportunità / abitudini che erano consolidate come le laute cedole (nominali!) delle vecchie emissioni obbligazionarie che davano sicurezza e tranquillità.

Ma oggi – e da qui in avanti – si stanno presentando opportunità di investimento che solo fino a pochissimi anni fa sarebbero state davvero inimmaginabili. Ne ho già accennato ben tre anni fa in questo post, ma vi allego anche questo screen shot di un articolo apparso a pagina 21 de Il Sole 24 Ore del 24 marzo 2021 a firma di Micaela Cappellini.

Avreste mai pensato di investire in una fabbrica di mosche?

Immagino di no, ma sono in avanzata fase di studio progetti per creare delle micro-fabbriche a domicilio per allevare e produrre appunto mosche, cavallette, grilli, tarme. L’uso principale e quindi la forte domanda non provengono – ancora – dall’alimentazione umana, ma dalla produzione di mangime per animali. Oltretutto gli studi dimostrano che si possono utilizzare 2.000 tonnellate di scarti organici per produrre 120.000 tonnellate di farina di larve avvicinandosi quindi davvero molto a soddisfare il concetto di economia circolare. Il mercato globale nel 2017 valeva 55 milioni di dollari viene stimato 710 milioni di dollari nel 2024. Cioè domani mattina.

Ovviamente prima di trovare sul mercato un fondo o un ETF che permettano di investire sull’allevamento delle mosche ci vorrà un po’ di tempo.

Ma con questa piccola provocazione ho voluto rendere tangibile che il futuro non solo è già arrivato, ma in realtà è molto più avanti di quanto immaginiamo e questo comporterà nuove possibilità di investimento oggi del tutto inimmaginabili.

 

Quali le conclusioni?

 

La finanza comportamentale è la scienza che studia le conseguenze (soprattutto i danni) che derivano dalle scelte di investimento realizzate da qualsiasi essere umano su basi emotive o per lo meno non razionali. Le esperienze precedenti, la nostra emotività, la nostra preparazione (percepita o reale), il nostro percorso professionale, le nostre convinzioni possono con estrema facilità trarre in inganno. E generare danni davvero devastanti come ho evidenziato nell’esempio riportato precedentemente.

Ma se si fanno scelte oculate rispettando tutti i passaggi, dalla valutazione della personale propensione al rischio, delle esigenze e dei tempi, fino alla programmazione e quindi alla scelta di a un’allocazione coerente e con strumenti efficienti e costi ragionevoli, le soddisfazioni non mancheranno.

Le nuove possibilità e i nuovi veicoli di investimento, se valutati e utilizzati con la massima attenzione e prudenza, nel prossimo futuro sicuramente non mancheranno.

Anche se forse non necessariamente nel settore delle mosche.

In fondo si tratta di leggere il meteo con attenzione e di vestirsi di conseguenza prima di uscire.

 

Foto di Camera-Man su Pixabay

 

Un portafoglio di fondi è davvero attivo e uno di ETF è davvero passivo?

Sovente si leggono in rete giudizi assolutisti sui fondi comuni a gestione attiva o sugli ETF.

Tutto giusto o tutto sbagliato. Ma è davvero così?

 

Partendo da queste osservazioni nasce la domanda di cui al titolo di questo post e vorrei condividere le mie considerazioni.

Non una disamina su tutte le caratteristiche delle due tipologie di OICR, ma solo uno spunto di ragionamento su alcune loro differenze e sui possibili utilizzi.

 

FONDI COMUNI (gestione attiva)

Utilizzando questi prodotti l’investitore si affida alle capacità di un gestore per svolgere tutte quelle attività che altrimenti gli sarebbero precluse al fine di ottenere un risultato di maggiore soddisfazione rispetto al settore sul quale intende investire. Analisi del mercato, dei titoli, scelta dei momenti in cui operare o di qualsiasi parametro possa orientare a scelte ottimali. Ho scritto risultato e non guadagno in quanto questo potrebbe non essere necessariamente l’obbiettivo principale. Un risultato di maggiore soddisfazione, ad esempio, potrebbe essere la riduzione della volatilità di quella classe di investimento oppure uno stile di gestione che sia più consono a determinate condizioni del ciclo economico.

Con i fondi attivi, semplificando, il gestore opera selezioni di titoli che sono molto complesse e potenzialmente più rischiose rispetto all’intero paniere dei titoli presenti su quel mercato. Se per ipotesi il mercato di investimento è quello dell’indice S&P500 della borsa americana potrebbero essere selezionati cento titoli sui cinquecento che compongono l’indice (i numeri sono chiaramente solo esemplificativi). È ovvio e banale che acquistare solo il 20% di tutti i titoli potenzialmente disponibili, aumenterà il rischio di quel paniere se la scelta si dimostrasse sbagliata.

Se il lavoro di selezione sarà stato proficuo, il risultato atteso sarà migliore perché il gestore attivo avrà generato un premio rispetto al mercato intero lavorando per esempio sulle inefficienze del mercato stesso o sulle informazioni ad esso legate.

Ne consegue anche che egli sarà premiato grazie a un costo di gestione mediamente elevato sostenuto dagli investitori per remunerare il suo lavoro. Almeno formalmente.

Ma quali sono i problemi su questo fronte?

L’ESMA (l’equivalente europeo della nostra CONSOB) ha iniziato nel 2016un’inchiesta (Vedi) sui gestori di fondi comuni in Europa perché da studi svolti ha rilevato che molti – troppi – gestori che si dichiarano attivi non lo sono affatto.

Quindi l’investitore paga un costo spropositato che non gli viene retrocesso in termini qualitativi.

Egli non riceve extra premio e non riceve persistenza cioè costanza di risultati.

Perché? Sostanzialmente perché fare una buona gestione attiva è difficile, costa in termini di denaro, in termini di struttura, in termini di rischio, in termini di immagine se si sbaglia pesantemente rispetto al mercato.

Sempre a proposito di costi, molti non sanno che, in particolare in Italia, il costo di gestione di un fondo comune attivo remunera solo in minima parte il gestore. Questo perché circa il 70% dei costi di gestione dei fondi comuni attivi (Fonte Il Sole 24 ore) viene retrocesso agli intermediari per pagare le reti di distribuzione.

Proviamo quindi a giocare con i numeri non considerando in questa fase per pietà le commissioni di performance. Costo di gestione 2% – 1,4% (il 70% del 2% che viene retrocesso al distributore) = 0,6%. Questo è quanto realmente remunera il gestore del fondo attivo. Di conseguenza un investitore che ha allocato 100.000 euro in un fondo comune a gestione attiva su di un mercato azionario, paga in realtà 600 euro al gestore e la bellezza di 1.400 euro alla rete che glielo ha venduto. Ma torneremo su questo tema più avanti.

L’aspetto fondamentale è comunque che un fondo a gestione attiva è sicuramente molto interessante quando restituisce al sottoscrittore: 1) un risultato realmente superiore al mercato di riferimento al netto dei costi (alti o bassi che siano) da questi sostenuti 2) un profilo di rischio che non sia troppo elevato rispetto al mercato di riferimento 3) sia generata, possibilmente, persistenza di risultati.

In un mondo perfetto e semplificando davvero molto, dovrebbe “salire” di più con mercati positivi e “scendere” di meno con mercati negativi, in modo costante nel tempo; cioè “fare meglio”. Ma questo non è un mondo perfetto e quindi raramente i risultati sono questi.

Infine, con questa tipologia di prodotto, è il gestore che sceglie su quali classi di attivi, o su quali titoli, posizionarsi e allocare il portafoglio del fondo. Questo è il motivo della definizione di gestione attiva.

ETF (gestione passiva)

In questi prodotti l’investitore si affida a un prodotto che ha l’obbiettivo esattamente opposto a quello dei fondi a gestione attiva: semplicemente replicare nel modo più fedele possibile l’indice del mercato sottostante. Quindi non c’è alcuna selezione di titoli rispetto al parametro di riferimento. Rispetto all’esempio precedente investendo sullo S&P500, l’ETF dovrà restituire esattamente il risultato dei 500 maggiori titoli per capitalizzazione della borsa americana. Quindi attenzione: sale ma anche scende esattamente quanto il mercato. Ci sono però alcune considerazioni da approfondire. Innanzitutto, non essendoci attività di selezione rispetto al benchmark, non c’è possibilità di sbagliare valutazioni quali la scelta dei titoli, il timing di entrata o uscita ecc.

Inoltre siccome non c’è un gestore (che compia scelte attive sul portafoglio) crolla drasticamente il costo di gestione che per quei prodotti che ad esempio investono sul mercato azionario, è circa dello 0,6%. Vi ricorda qualcosa questa percentuale? Sostanzialmente l’identica remunerazione netta che viene riconosciuta anche al gestore del fondo attivo. Ma allora se l’ESMA cioè la massima autorità di protezione degli investitori europei, scrive che troppi fondi a gestione attiva non lo sono realmente, perché pagare il 2% quando a parità di mercato scelto si può ottenere lo stesso risultato (quando addirittura non inferiore al benchmark e di conseguenza superiore per l’investitore) pagando solamente lo 0,6% e senza oltretutto la pesante gabella dei costi di performance o peggio di acquisto, con prodotti peraltro infinitamente più semplici e rapidi da acquistare o vendere presso qualsiasi intermediario?

Negli ultimi anni la domanda e quindi l’offerta degli ETF stanno letteralmente esplodendo anche per un altro motivo: gli alti costi di gestione dei fondi attivi sono diventati insostenibili in molti settori e in particolare sul reddito fisso e i risparmiatori stanno imparando a capire questo problema.

L’incredibile crescita dell’offerta e le sue conseguenze per l’investitore finale.

Ma l’offerta in continua crescita ha anche un altro importantissimo risvolto positivo. Oggi è possibile disporre di prodotti per investire in nicchie di mercato o settori (Vedi) che altrimenti sarebbero del tutto irraggiungibili per l’investitore finale. Per esempio, volendo investire in titoli governativi europei si può prendere posizione su tutte le possibili durate di vita residua, dal brevissimo fino al lunghissimo termine come anche disporre di un unico prodotto che copra tutte le scadenze.

Il tutto con valori quota ben inferiori ai 1.000 euro necessari per l’acquisto diretto di un BTP e senza neanche il problema e i costi del reinvestimento delle cedole.

Sui mercati del reddito variabile la scelta è altrettanto vasta e a mero titolo di esempio, è possibile investire nel ciclo dell’acqua, nelle energie rinnovabili, ma addirittura nelle cosiddette tecnologie disruptive oppure ancora direttamente nell’oro, nel ciclo delle batterie, ecc.

Inoltre, bisogna ricordare che il prodotto è passivo rispetto al benchmark scelto, ma anche che questo può essere creato su di una serie di parametri che possono variare nel tempo avendo la possibilità di ottenere una sorta di ibrido tra le due strategie.

Non solo quindi i grandi e noti benchmark (S&P500, MSCI World, Dax ecc.) ma anche panieri specifici creati “ad hoc” dal singolo emittente. Ciò ovviamente non significa dover investire in mille nicchie di mercato, ma piuttosto che avere la possibilità di scegliere di operare dove ragionevolmente ci siano spazi interessanti per farlo, diventa fondamentale per allocare i propri attivi. La massima scelta diventa un valore discriminante indipendentemente da come e quanto verrà poi sfruttata.

Infine, sempre in tema di costi, alcune precisazioni: il costo di gestione degli ETF molto raramente supera lo 0,7%, NON remunera le reti bancarie e NON sono applicati costi di performance (che incidono pesantemente sui risultati dei fondi attivi) perché semplicemente la performance contro il mercato non viene ricercata. Ecco perché non ve li propongono mai o, al massimo, in quantità risibili.

Torniamo a questo punto alle due domande nel titolo del post.

 

Un portafoglio di fondi attivi è realmente attivo?

Teoricamente sì ma non è assolutamente garantito che sia così, anzi. Nonostante i numeri sovente vantati, attuando un’analisi più approfondita e soprattutto verso benchmark corretti, i risultati sono in moltissimi casi sensibilmente inferiori ai parametri o, al meglio, speculari agli stessi.

Una gestione in fondi attivi è invece probabilmente (più) passiva (o meno impegnativa) per chi li colloca in quanto la maggior parte del lavoro (e delle responsabilità) viene delegata ai gestori dei fondi.

Un portafoglio di ETF è realmente passivo?

Quasi mai lo è. Se infatti è vero che i prodotti sottostanti sono totalmente indicizzati, la loro selezione e il loro monitoraggio comportano scelte tutt’altro che statiche. Si realizza anzi una gestione attiva attraverso la scelta di strumenti passivi. Questa diventa ovviamente più impegnativa, sia in termini di lavoro che di responsabilità da parte del professionista, ma tendenzialmente in grado di essere meglio apprezzata dal cliente finale. Inoltre, i portafogli non potranno che essere estremamente personalizzati in quanto pensati e monitorati per il profilo di rischio e le esigenze da soddisfare per ogni singolo assistito.

Ma quale potrebbe essere allora la soluzione ottimale?

Ovviamente e fortunatamente non esiste la soluzione perfetta. Tuttavia, a titolo personale, non ho dubbi a utilizzare innanzitutto quei fondi comuni, realmente attivi, che siano in grado di generare un extra risultato rispetto al mercato, ai costi pagati dai sottoscrittori e possibilmente con buona persistenza di risultati.

In tutti gli altri casi sicuramente preferisco rivolgere la mia attenzione agli ETF anche se richiedono un diverso impegno nella loro selezione e monitoraggio nel massimo rispetto del profilo di rischio dell’investitore. L’unione delle due diverse tipologie di prodotto permette di avvicinarsi tendenzialmente alla soluzione ottimale nell’utilizzo degli OICR.

 

Roberto Dolza

 

Foto di Iván Tamás da Pixabay

 

 

L’inflazione (utile) che ancora manca. Tempi nuovi per le Banche Centrali?

L’inflazione, quando controllata, è utile all’economia? Qual’è la situazione attuale?

Cercherò di riprendere in modo assolutamente elementare alcuni concetti in modo da poter fornire ai lettori le informazioni minime per rispondere alla domanda scritta nel titolo di questo post.

Che cos’è l’inflazione?

L’inflazione consiste nell’aumento del prezzo di ampia portata di beni o prodotti che non si limita a singole voci di spesa. A questo link potrete trovare la spiegazione fornita dal sito della Banca Centrale Europea. Solitamente si misura su determinati periodi temporali, tipicamente un anno e viene espressa in termini percentuali. Qualora invece di crescere i prezzi diminuiscano, si parla di deflazione.

Qual’è la principale conseguenza dell’inflazione?

La principale conseguenza dell’inflazione e quindi dell’aumento dei prezzi, è la diminuzione del potere di acquisto; ne deriva che a parità di importo disponibile, diminuiranno le quantità di beni effettivamente acquistabili. In alternativa sarà necessario un maggior impiego di risorse per acquistare la stessa quantità di beni o servizi.

Qual’è la principale causa di creazione dell’inflazione?

Semplificando davvero molto, ma mantenendo coerenza con l’obbiettivo di questo post, l’inflazione si crea grazie all’aumento della domanda di beni o servizi. Se questa cresce significa gli acquirenti sono in condizione di poter pagare un prezzo maggiore per lo stesso prodotto. La domanda stessa inoltre viene guidata entro determinati obbiettivi principalmente dalle Banche Centrali o dai governi (anche) con l’imposizione fiscale.

Cosa influenza la crescita dell’inflazione?

Alcuni parametri quali una forte crescita economica o il basso costo del denaro con cui ci si finanzia possono spingere la domanda e quindi la disponibilità a sostenere oneri maggiori rispetto al periodo precedente. Ma questa disponibilità può essere influenzata dalle istituzioni in vario modo, ad esempio variando la quantità di moneta disponibile oppure alzando o abbassando il costo dei finanziamenti, oppure ancora riducendo l’imposizione fiscale sia diretta (sui redditi) che indiretta (sui prodotti). Un altro parametro e sempre a titolo di esempio è il cambio; al suo variare – a parità di costo nella valuta di denominazione – potrà ad esempio aumenterà il prezzo finale da sostenere perché occorrerà più valuta locale per convertirla in valuta estera. L’inflazione è anche legata intimamente al livello di disoccupazione e ne avevo parlato in questo post. Estremamente importante infine è il clima di fiducia che in un determinato momento, si percepisce tra i cittadini: al suo crescere aumenterà sensibilmente la propensione a spendere o investire, mentre al contrario questa verrà contratta. Se ad esempio si attraversa una fase di congiuntura negativa, la paura del futuro spinge a ridurre o addirittura annullare le richieste di aumenti salariali per evitare possibili licenziamenti; di conseguenza l’inflazione si avvicinerà tendenzialmente alla pericolosissima deflazione (cioè riduzione dei prezzi), ben più complessa da controllare e poi superare.

L’inflazione è utile?

Ad un prima approssimata valutazione si potrebbe rispondere no visto che al crescere dei prezzi si possono acquistare meno prodotti. In realtà non è così. Infatti l’inflazione è un chiaro effetto (non causa) della crescita economica di un paese. Infatti solo se aumentano le retribuzioni o comunque la capacità di spesa dei cittadini, questi saranno disposti a pagare di più i loro acquisti. Analogamente per la loro percezione del futuro. In questo clima positivo aumenta anche la predisposizione agli investimenti (anche di medio lungo periodo) sia delle famiglie che delle imprese con ovvi benefici sulla crescita del PIL che altrimenti verrebbero congelati o del tutto annullati con evidenti ricadute negative. Un aumento dei prezzi costituirà inoltre un aumento delle entrate indirette (es. IVA) in quanto la stessa percentuale di imposizione sarà computata su di un prezzo maggiore. L’inflazione infine abbatte in termini reali il debito pubblico.

Quanta inflazione?

Ovviamente l’inflazione deve essere controllata e indirizzata entro determinati valori stabiliti dalle autorità. Il motivo è – sempre semplificando – che una crescita incontrollata diventa dannosa perché rende di fatto nullo il potere di acquisto di una determinata valuta. Ci sono stati casi nella storia di Paesi nei quali l’inflazione era diventata talmente alta che le banconote furono usate per creare palle di carta per giocare a football e questa situazione è ancora reale come potrete leggere qui in merito al Venezuela Paese che nel momento in cui scrivo ha un tasso di inflazione annuo del 2.400%. Ovviamente si tratta di un caso limite, ma nel mondo ci sono aree con livelli di questo tasso assai diversi come diverse sono le economie dei Paesi che la subiscono. Mediamente nei Paesi ad economia di mercato libera negli ultimi decenni si è sostanzialmente ridotta come ad esempio in Italia passando da valori molto vicini al 20% degli anni’80 fino ai valori attuali intorno o inferiori all’ 1%. Quindi sempre semplificando molto, da valori troppo alti a valori “troppo” bassi.

Il ruolo delle Banche Centrali e il nuovo possibile loro paradigma. Il probabile grande cambiamento di approccio.

Tendenzialmente queste istituzioni hanno lavorato (seppur con mandati abbastanza diversi in funzione dei loro Paesi di appartenenza) a controllare l’inflazione e soprattutto a ricondurla verso un valore ritenuto corretto come massimo accettabile. Questo concetto è stato particolarmente importante per la Banca Centrale Europea in quanto il suo maggiore contributore – la Germania – all’inizio del secolo scorso ha subito un periodo di lunghissima e durissima inflazione ancora ben presente nella memoria del Popolo tedesco. Quindi, semplificando, finora l’obbiettivo della BCE è stato un tasso di inflazione vicino, ma non superiore, al 2% annuo.

Il concetto quindi è di oscillazione verso un tetto massimo. Tuttavia tutta una serie di parametri che non riporto per brevità in questa sede, ma soprattutto gli effetti della crisi del 2008 e di quella di quest’anno del Coronavirus, hanno rimescolato le carte fino a considerare nuovi possibili parametri di valutazione. Completamente diversi.

Quali i motivi? Il rallentamento delle economie, veloce e pesantissimo, ha portato Governi e Istituzioni a rendere disponibile nel sistema una massa di liquidità assolutamente mai vista a costo praticamente pari a zero, per cercare di sostenere prima e far riprendere poi la crescita delle economie mondiali. In questa fase di fortissima decrescita del PIL mondiale ovviamente le vendite di beni e servizi sono crollate e con loro si sono mantenuti contenuti quando addirittura non scesi i loro prezzi mentre le pressioni salariali sono semplicemente scomparse. Da quel momento l’obbiettivo massimo del 2% è diventato quasi un utopia con evidenti danni per i motivi che ho esposto sopra.

Ora però si potrebbe affacciare l’ipotesi esattamente opposta. Infatti, se grazie all’evoluzione del quadro pandemico e soprattutto alla rapida diffusione del vaccino, si avviasse una “forte” fase di crescita dopo una fortissima contrazione, l’inflazione potrebbe riprendere a incrementarsi. Probabilmente troppo almeno rispetto al tetto massimo del 2%. La crescita mondiale ha subito un pesantissimo contraccolpo e tutte le Istituzioni stanno cercando di affrontarlo ricorrendo a soluzioni non convenzionali e soprattutto inimmaginabili fino a pochi mesi fa in quanto avrebbero scatenato polemiche e veti incrociati da parte di molti governi, soprattutto nella Ue, sostanzialmente fornendo liquidità illimitata a costi praticamente pari a zero e sostenendo con acquisti continui le obbligazioni governative dell’area euro.

Conclusioni

Ecco quindi profilarsi il probabile importantissimo cambiamento di approccio della BCE (ma non solo) verso il target di riferimento del 2%: non sarebbe più il valore massimo, ma bensì il valore medio. Si accetterebbero quindi, seppur in via teorica, variazioni del valore limite anche “sensibili” verso l’alto (dovute all’enorme massa di liquidità iniettata nel sistema e che ben difficilmente potrà a breve essere drenata salvo danni maggiori) che finora erano precluse, focalizzando gli interventi al rispetto del valore medio.

Si affaccia quindi la possibilità di un nuovo fondamentale ruolo (finora precluso) per la BCE: non solo il controllo del tasso di inflazione ma anche la possibilità di implementare una vera politica di interventi diretti di sostegno alla crescita economica europea. E in questa logica ecco che il limite massimo attualmente vincolante, assumerebbe un valore relativo venendo sostituito da valori medi proprio a sostegno della crescita. É evidente che questo approccio, se messo in atto, avrà conseguenze davvero interessanti in questo universo inesplorato che è diventato il mondo dopo le ultime crisi e l’attivazione dei QE.

Ci sarà da osservare l’evoluzione di questa ipotesi anche perché non mancheranno forti opposizioni dai Paesi rigoristi.

Grandi cambiamenti si stanno presentando all’orizzonte. Forse.

 

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

 

 

Ancora truffe. Ingordigia, emotività e asimmetrie conoscitive continuano a mietere vittime.

Le truffe nel mondo della finanza. Sempre presenti e pericolose.

Viviamo in un mondo in cui la rete internet ci permette, almeno teoricamente, di disporre facilmente di diverse nozioni. E l’informazione, quando è costruita su basi affidabili, tecnicamente corrette meglio ancora sui siti delle Istituzioni e non sui post nei social network, è la prima e più importante forma di autodifesa.

Tuttavia l’informazione richiede un minimo di tempo e di impegno per essere trovata e assimilata e quindi, per molti, viene finalizzata solo a specifici temi perdendo così notizie e nozioni importanti che permetterebbero di investire evitando i rischi più gravi e soprattutto irreparabili.

I truffatori sono particolarmente attivi nel mondo della finanza e le loro più efficaci armi si basano su alcuni aspetti tipici dell’essere umano e tra questi primeggiano: ingordigia, emotività, asimmetrie conoscitive.

Quali sono i nostri principali punti deboli e perché possono essere pericolosi?

 

L’ingordigia

Caratteristica presente in ogni persona che, se non controllata, porta facilmente ad attribuire un peso eccessivo a millantati quanto impossibili importanti risultati in termini di guadagno che soprattutto in momenti di difficoltà storica o personale, andrebbero potenzialmente a risollevare situazioni difficili o perdite subite a vario titolo. Ma questa caratteristica può rendere deboli anche soggetti che dispongono di patrimoni importanti e che non avrebbero particolare esigenza di extra rendimenti per poter mantenere un eccellente tenore di vita. L’ingordigia è quindi, proprio perché insita nella natura umana, diffusa su diversi classi sociali o di censo e il rischio che comporta appare di fatto ugualmente distribuito.

L’emotività

In sostanza è uno di parametri che influenzano le reazioni che mettiamo in atto rispetto agli stimoli che costantemente riceviamo durante la vita quotidiana. É personale in quanto influenzata da diversi fattori come le nostre esperienze precedenti o come la percezione della preparazione che crediamo di possedere su di un determinato tema. Ma l’emotività viene condizionata, pesantemente, anche dall’empatia del nostro interlocutore. Più egli saprà relazionarsi con noi in modo efficace, più i nostri livelli di difesa tendenzialmente si abbasseranno. Questo, come dimostrano tantissimi esempi reali, è forse l’anello più debole della nostra catena di autodifesa perché una volta violato, il truffatore avrà spazio quasi illimitato (almeno inizialmente) per agire. I più grandi truffatori (vedi) sono tutti grandissimi comunicatori.

Le asimmetrie conoscitive

Pongono l’interlocutore meno preparato in situazione di grande debolezza rispetto alla sua controparte che conosce bene il tema oggetto di discussione. Attenzione perché questo accade anche quando la maggior preparazione è solo apparente e non reale, ma ben spacciata come profonda. In questo caso l’obbiettivo del truffatore è duplice: mettere la sua controparte in condizione di debolezza emotiva e successivamente creare intorno a sé una sorta di aura di affidabilità, generare fiducia e quindi evitare al massimo domande di approfondimento alle quali fornirebbe ovviamente risposte incomplete, o con finti tecnicismi o ancora palesemente false ma espresse con grande sicurezza.

Probabilmente sembreranno considerazioni quasi banali, ma vi invito a leggere con grande attenzione la selezione di articoli che allegherò con i relativi link per rendersi conto che nella realtà “a me non può capitare”, “lo conosco da tantissimi anni”, “mi fido ciecamente di lui”, sono approcci da evitare con la massima attenzione.

Come difendersi ? Proviamo a fornire qualche suggerimento.

 

Controllare sempre le referenze del proponente

Il primo passaggio è verificare se chi propone l’investimento ha i requisiti previsti dalla normativa per poter operare. É facile e banale; basta verificare sui siti degli Organismi di Vigilanza a partire da quello dell’OCF Organismo dei Consulenti Finanziari oppure su quello della CONSOB Commissione Nazionale per le Società di Borsa, eventualmente anche scrivendo un’email per richiedere informazioni. Il professionista che opera secondo i termini di legge, non potrà che essere contento delle vostre verifiche in quanto le risposte che arriveranno anche dalla semplice consultazione dei siti di queste due Istituzioni di riferimento del settore, saranno affidabili. MAI fidarsi senza verificare approfonditamente; esiste una pletora di “amici degli amici” che si spacciano per esperti o consulenti che non sono né l’uno, né l’altro, e che sia in Italia che all’estero (dove a volte è legale), raccolgono direttamente denaro per poi sparire.

Attenzione ai guadagni proposti, soprattutto se troppo elevati rispetto a quelli mediamente offerti dai mercati su profili di rischio e orizzonti temporali analoghi

Rendimenti troppo gratificanti devono immediatamente insospettire. Se banalmente il mercato esprime rendimenti in un certo periodo mediamente del 3% e qualcuno propone un investimento che rende l’ 8% o il 10%, occorre porre la massima attenzione, soprattutto se vengono utilizzate parole come “sicuro” o peggio ancora “garantito”. Occorre ricordare che il ritorno solitamente è (o almeno dovrebbe essere) proporzionato al rischio, quindi diviene imprescindibile verificare – tecnicamente e non emotivamente – perché viene proposto un rendimento fuori mercato e dove sono i rischi reali conseguenti. La sottovalutazione di questo aspetto può avere effetti devastanti.

I siti di trading online falsi

Attenzione ai siti di trading online, soprattutto a quelli che propongono irreali annunci di fantomatici clienti che hanno abbandonato lavori magari umili per guadagnare improvvisamente cifre spropositate facendo trading (compravendita di titoli più o meno veloce o frequente). Solitamente questi “clienti” sono fotografati accanto a case prestigiose, mazzette di banconote, automobili e donne estremamente appariscenti. In questo caso si tratta di società che nella realtà sono inesistenti (molti sono i casi di aziende domiciliate presso una casella postale (vedi) oppure in qualche palazzo o prestigiosi uffici affittati solo per qualche mese) e il meccanismo è sempre lo stesso. Convinto il cliente dei facili guadagni dopo le prime operazioni su piccoli importi e magari relativi accrediti sul C/C presso una banca estera, lo si convince ad investire la parte più importante del proprio patrimonio. Che ovviamente a quel punto sparisce per sempre insieme a qualsiasi tipo di contatto. Sul sito della CONSOB esiste addirittura una pagina specifica per questa tipologia di truffa.

Il pericolo degli investimenti non regolamentati o quotati su mercati ufficiali

Tendenzialmente diffidate di qualsiasi tipologia di investimento che non sia protetta da una specifica normativa e ufficialmente quotata. Acquistare azioni di una miniera d’oro in Sudamerica oppure quote di un promettente investimento immobiliare in un paese dell’Est Europa esporrà inevitabilmente ad un rischio infinitamente più elevato che acquistare il peggior fondo comune distribuito sui mercati regolamentati. I casi di finti documenti di proprietà o partecipazione in aziende inesistenti sono tutt’altro che rari e hanno colpito personaggi anche molto famosi. Un prodotto quotato, qualsiasi esso sia, ha almeno subito dei controlli prima di essere immesso sul mercato e dovrebbe – teoricamente – essere sottoposto regolarmente ad altri che per quanto migliorabili saranno sempre infinitamente superiori di ciò che non li subisce. Ovviamente non tutti gli investimenti non quotati sono truffaldini, ma comportano il fatto che l’asticella dell’attenzione e dei controlli debba alzarsi parecchio.

La documentazione contrattuale

Prima, molto prima di sottoscrivere qualsiasi contratto di investimento, è necessario anche se sicuramente noioso, leggere e controllare (o farlo fare da chi ne ha titolo) con attenzione, tutta la documentazione contrattuale. Alcuni anni fa ho incontrato un possibile cliente che, entusiasta, mi ha fatto vedere la documentazione di un nuovo investimento fatto a Londra grazie ad un suo amico fidandosi e senza fare alcun controllo preventivo. Era, semplicemente, tutto falso e se fosse stata messa in atto una seria verifica non avrebbe poi perso l’intero capitale investito in quell’operazione.

La conclusione è quindi che se anche non si dispone di una preparazione specifica su certi temi, è almeno possibile – e fondamentale – cercare di porsi qualche domanda ed eventualmente fare, o richiedere, un’analisi approfondita prima di aderire all’operazione proposta.

Nel caso peggiore il tempo o i soldi spesi saranno il migliore degli investimenti che potrete mai fare perché in fondo, il primo guadagno è una mancata perdita.

 

Tra esuberanza irrazionale, shale oil, fracking e Coronavirus.

A volte appaiono al mondo nuove tecnologie che promettono di rivoluzionarne alcuni aspetti della nostra quotidianità.

Può però accadere che non sempre ciò che è nuovo, utile e redditizio, si riveli poi anche sostenibile nel tempo.

Circa vent’anni fa negli USA, allora forti importatori di petrolio e derivati, fu inventata una nuova tecnologia di estrazione denominata fracking (per la quale vi rimando a un link a fondo pagina) che, tra mille problemi, ha avuto il fondamentale effetto di rendere questo Paese, non solo energeticamente indipendente, ma addirittura esportatore di petrolio e derivati con evidenti e importanti conseguenze a livello politico internazionale.

Tuttavia, questa tecnologia ha un grosso limite: il costo di estrazione molto elevato che la rende profittevole per un prezzo di vendita al barile di almeno 35 – 40 dollari.

Per contro e come termine di paragone il limite di convenienza per i Paesi mediorientali con la tecnologia classica è intorno circa ai 20-25 dollari al barile.

Quando questa tecnologia si è sviluppata, negli USA sono nate molte aziende di estrazione, la maggior parte delle quali si è fortemente indebitata per iniziare e poi sostenere l’attività estrattiva. Molte di queste aziende e i loro debiti sono peraltro diventate parte importante del più grande mercato di obbligazioni High Yield mondiale, quello americano.

A partire dal marzo scorso e a causa del Coronavirus, i consumi mondiali di petrolio sono crollati verticalmente e, altrettanto verticalmente, sono crollati i prezzi del greggio; europeo (il Brent di qualità più pregiata) come anche di quello americano (il WTI di qualità meno pregiata).

Siccome l’estrazione del petrolio non può scendere sotto determinati livelli si è creato il grave problema di reperire siti di immagazzinamento per la nuova produzione che non veniva più smaltita. Si è arrivati addirittura a noleggiare grandi petroliere affinché rimanessero ferme nei porti utilizzandole solo come improvvisati silos. Di conseguenza il costo di stoccaggio è cresciuto alle stelle. Contemporaneamente e anche per motivi tecnico – finanziari, il prezzo del greggio a termine è diventato per una breve finestra temporale, addirittura negativo.

In questo contesto è quindi arrivato (insieme ad una gestione perlomeno “spensierata” dell’azienda) il colpo di grazia per Chesapeake che negli USA era diventata il secondo produttore nazionale di gas.

Uno dei simboli della nuova tecnica del fracking, dello shale oil, dell’indipendenza energetica USA, ieri ha portato i libri in tribunale.

Questa credo possa essere una lezione importante da imparare e tenere ben a mente quando si pensa a nuove opportunità o frontiere di investimento.

La prudenza e la ragione sono sempre buone compagne di viaggio al contrario dell’avidità o dell’emotività.

 

 

Fonti: Wired e Agi

Il legame tra inflazione e tasso di disoccupazione. La curva di Phillips, fondamentale e interessante.

Per comprendere meglio i movimenti dell’economia reale, ci sono dati (concettualmente semplici) che è interessante conoscere per meglio comprendere le conseguenze sui mercati e sui cicli economici.

Uno di questi è la curva di Phillips, quella teoria secondo cui tra tasso di disoccupazione e inflazione c’è una relazione forte e inversa. Quindi al salire di un parametro scende l’altro e, ovviamente, viceversa.

Non vogliamo tediarvi con considerazioni personali in quanto l’articolo dell’eccellente Vito Lops, spiega perfettamente e in modo comprensivo questa teoria che vi proponiamo nel processo di contribuzione alla formazione di una corretta cultura finanziaria elementare.

Vi consigliamo caldamente di leggerlo in un momento di tranquillità e con attenzione viste le conseguenze dirette e importanti che questa teoria riflette sull’economia e quindi nella vita quotidiana di tutti noi.

Buona lettura.

 

Fonte: Il Sole 24 Ore

Non investire nell’acqua: un vero buco nell’acqua.

Tutti sanno grazie ai numerosi servizi televisivi a carattere naturalistico, che l’acqua ricopre il 71% della terra e questo sembrerebbe un dato decisamente positivo rispetto alle necessità umane.

In fondo una notizia facile, di immediata assimilazione e apparentemente molto confortante.

Tuttavia forse non tutti sanno che ben il 97,5% di tutta l’acqua che ricopre il globo è salata e quindi solo 2,5% è dolce. Anzi per essere più precisi non è salata.

Giocando con i numeri si desume che solo l’1,75% (!) della superficie terrestre sarebbe teoricamente ricoperta di acqua non salata. Peraltro non necessariamente potabile.

A questo punto il dato, non solo a nostro avviso, comincia a diventare preoccupante considerando che sulla terra vivono all’incirca 7,6 miliardi di persone. Lo diventa ancor di più considerando che una parte minima della popolazione mondiale usa – e soprattutto spreca – enormi quantità di acqua dolce, mentre tantissime persone riescono a malapena ad averne per sopravvivere. Siccome è realmente difficile immaginare un radicale contenimento dell’uso di questa risorsa da parte di chi ne ha a disposizione tantissima, appare più ragionevole (e giusto) sperare che il resto del mondo ne possa avere una quantità tale da permettergli una tenore di vita almeno dignitoso. Senza aver la pretesa di vestire panni di scienziati o specialisti, ci sembra evidente che la fame di acqua – questa volta potabile – non possa che crescere e anche di molto nel futuro.

A peggiorare la situazione, ci sono due altri grossi problemi da considerare.

  • l’acqua non salata non è tutta direttamente utilizzabile, ma in molti casi è almeno da filtrare e controllare quando non addirittura pesantemente inquinata e quindi da depurare
  • come potrete leggere dall’articolo allegato esiste, peraltro in tutto il mondo, il grave problema dell’obsolescenza e inefficienza delle reti di distribuzione e quindi, a spreco si aggiunge spreco

Ci sono diversi autori che prevedono che in futuro si combatteranno guerre per ottenere quote importanti di “oro blu”, ma se anche questa tesi fosse esagerata, è indiscutibile che la necessità di acqua non potrà che crescere nel tempo.

A questo punto, in un mondo sempre alla ricerca di performance e di decorrelazione, diventa rarissimo vedere portafogli allocati (ovviamente nella giusta misura) anche in veicoli che investono in aziende che trattano o a qualsiasi stadio offrono o trasportano queso bene irrinunciabile.

Al contrario si riscontrano con frequenza prodotti finanziari il cui futuro (non solo il rendimento!) sarebbe da considerare almeno aleatorio.

Davvero strano in fondo.

Peraltro anche la richiesta di garage o di alloggi a Mentone non potrà crescere all’infinito.

La fame di acqua si.

Pensateci, potrebbe essere una diversificazione oggettiva, di maggiori soddisfazioni e sicuramente con molti meno problemi.

Fonte: Il corriere della Sera / La Stampa

Aggiornamento del 22.05.2018

Polizze vita: non sono tutte uguali. ATTENZIONE: interviene la Corte di Cassazione.

“Guardi, abbiamo un prodottino assicurativo evoluto che è perfetto per Lei e la sua famiglia…”

“… In un unico strumento avrà una parte di portafoglio a capitale garantito che le darà sicurezza e con l’altra potrà cogliere i premi che Le offriranno i mercati mondiali. Inoltre avrà degli enormi vantaggi fiscali, e poi ancora i capitali investiti saranno impignorabili e insequestrabili secondo quanto stabilito dal Codice Civile! Sarà il veicolo di investimento perfetto per la successione del suo patrimonio verso i suoi cari!”

Espressioni meramente commerciali inerenti le polizze cosiddette Unit Linked, che ultimamente sono tornate di gran moda collocate con tanto calore da parte delle reti bancarie o assicurative. A queste affermazioni solitamente i sottoscrittori non fanno corrispondere un minimo di approfondimento in merito alla veridicità delle stesse. Salvo poi scoprire che la realtà può essere assai diversa.

Infatti si tratta comunque di strumenti solo formalmente assicurativi (ramo III) che nulla hanno da spartire con quelli a prevalente carattere previdenziale. Il motivo è che si tratta di veicoli di investimento tipicamente finanziario nei quali di fatto nulla è garantito in quanto il risultato è legato (linked) al valore (unit) delle quote di uno o più fondi comuni o altri veicoli.

Recentemente c’è stata una nuova pronuncia della Suprema Corte di Cassazione che, ha portato nuova materia per considerare con la massima attenzione questi contratti, così facilmente proposti alla vendita.

Anche i prodotti assicurativi (Ramo I) che invece garantiscono specificatamente almeno la restituzione del capitale versato più (una parte) dei rendimenti maturati di anno in anno (NB: MENO i costi pagati) grazie a una particolare tipologia di investimento (cd gestioni separate) potrebbero essere oggetto di futuri interventi di diversa regolamentazione. Questo perché stante la situazione di tassi di mercato da diverso tempo estremamente bassi e la necessità di contenere al massimo le possibili fondi di rischio per poter garantire la restituzione dei premi pagati, è diventato assai difficile per le compagnie assicurative ottenere un rendimento minimo sufficiente alla corresponsione di quanto contrattualmente concordato.

In attesa di chiarimenti su questo secondo fronte, consigliamo caldamente di porre la massima attenzione all’acquisto di polizze assicurative soprattutto se non appartenenti al ramo I.

Le sorprese potrebbero poi rivelarsi amare.

Fonti: Gooruf.com e Bluerating.com