La Consulenza Finanziaria Indipendente nel 2020. Agli onori dei media dopo dieci anni di vergognosa sofferenza.

Ho iniziato il mio percorso professionale in questo settore nell’estate 1994, dopo soli tre anni dall’istituzione dell’allora Albo dei Promotori Finanziari.

Erano tempi davvero molto diversi e la recente istituzione dell’Albo era ritenuta – ed era – già un enorme passo in avanti per la regolamentazione del settore e una prima importante tutela dei risparmiatori.

Dopo aver sostenuto l’Esame di Stato per accedere all’Albo nel 2015, ho cominciato a operare come promotore finanziario fino al 2008 quando ho deciso di iniziare l’attività di consulente finanziario indipendente grazie alle spinte che anche a livello europeo promuovevano la legalizzazione di questa attività nel nostro Paese. Da subito ho anche deciso di iscrivermi alla nostra associazione di categoria NAFOP di cui ho l’onore di essere associato. L’anno non era casuale, infatti in quei mesi veniva pubblicata la nuova normativa specifica che faceva presupporre a brevissimo, l’avvio del nuovo Albo dei Consulenti Finanziari Indipendenti.

Poi il nulla per dieci lunghissimi anni. Un periodo di follia nel quale tutto si è bloccato grazie, a mio vedere, alle pressioni di mani forti che non volevano i cfi sul mercato.

Dieci anni appesi a un filo per il fatto di non essere più normati come promotori, ma non ancora come consulenti finanziari indipendenti. Perennemente in sospeso – non per colpa né per scelta – in un limbo normativo al limite di una illegalità non solo mai voluta, ma sicuramente aborrita.

La situazione cambia, radicalmente, nel 2018 quando l’Italia viene, di fatto, costretta ad adottare la normativa europea e a recepirne le indicazioni.

Nel mese di dicembre 2018, ho l’onore e la soddisfazione di essere iscritto di diritto al nuovo Organismo dei Consulenti Finanziari nel primissimo gruppo di professionisti abilitati all’esercizio della professione.

Dieci anni dopo.

Cosa è cambiato in questa decade che sembrava non finire mai?

Innanzitutto, grazie alla normativa europea, i cfi sono stati finalmente riconosciuti e normati ufficialmente come liberi professionisti (non ausiliari del commercio che operano con mandato o contratto di agenzia).

Ma il cambiamento più grande è che molti risparmiatori / investitori hanno iniziato ad avere dei dubbi sui servizi ricevuti, a informarsi, a chiedersi se esistessero alternative e a cercarle sul mercato. A conoscere  e riconoscere questa nuova figura professionale.

Il cambiamento è stato talmente grande che recentemente anche la giornalista Milena Gabbanelli ha redatto un servizio per Il Corriere della Sera di cui allego il link e che credo meriti un’attenta lettura.

Segnalo infine che i prossimi 20, 27 giugno e 4 luglio 2020, verrà pubblicata sull’inserto Plus de Il Sole 24 ore una campagna pubblicitaria a cura della nostra associazione per permettere al maggior numero di lettori di conoscere il diverso approccio professionale di un Consulente Finanziario Indipendente rispetto ad altre categorie che svolgono attività solo apparentemente simili.

Con l’occasione ringrazio pubblicamente NAFOP per l’azione difficile, pesante, lunga, ma alla fine vincente, di questi lunghi anni. Solo grazie a questa Associazione, a chi l’ha fondata e a tutti quelli che a diverso titolo si sono impegnati a farla crescere nel tempo, oggi i Consulente Finanziari Indipendenti possono avere l’orgoglio di lavorare in condizioni di piena legalità e assoluta indipendenza per l’esclusivo interesse dei loro assistiti.

La notte sta finendo ed è ora di cominciare a volare.

Roberto Dolza

Non si vive di soli tulipani

Buongiorno,

In questi giorni ha destato molta attenzione la fortissima contrapposizione tra Italia e Olanda sulle possibili soluzioni per supportare i Paesi dell’area euro in maggiore difficoltà a causa delle conseguenze del Coronavirus.

In particolare si rileva che:

A) l’Italia ha richiesto un intervento di finanziamento condiviso a difesa del futuro dell’intera Europa mediante l’emissione dei cosiddetti Eurobond. Il nostro Paese ha invocato questa soluzione a fronte di una situazione di oggettiva eccezionalità, ma contestualmente pur a fronte di indubbie doti, paga davanti al mondo l’immagine negativa di un sistema giudiziario, di una burocrazia, e di una storica evidente instabilità e incapacità della classe politica che da molti, troppi, anni lo governa. Paga soprattutto la mancanza di volontà di ridurre il mostruoso costo del debito pubblico. Chi dall’estero ci osserva ha notato in particolare che negli ultimi anni l’Italia è stata assolutamente incapace di monetizzare una condizione di tassi molto bassi per tagliare pesantemente proprio il debito pubblico che la soffoca.

B) L’Olanda invece ha, altrettanto oggettivamente, saputo creare condizioni ideali per fare impresa, snellire la burocrazia, ridurre pesantemente la tassazione, creare un bilancio statale assolutamente encomiabile. Solo virtù per questo Paese? Non proprio.

Vi riporto alcune parole tratte dall’articolo: Olanda, quei paradisi fiscali dietro il rigore dei conti pubblici scritto da Roberto Galullo e Angelo Mincuzzi e pubblicato oggi a pagina 11 de Il Sole 24 Ore di cui vi consiglio la lettura.

“… Amsterdam è piena di edifici come questo. Uno studio commissionato dal ministero delle Finanze, lo stesso dicastero guidato dal falco Wopke Hoekstra, ha rivelato che nel 2017 esistevano 15mila società “bucalettere”, la cui unica presenza sul territorio olandese era data da una cassetta postale. Nessun ufficio, nessun dipendente. Il loro numero si è mantenuto costante anche negli anni successivi. Ma il dato più interessante è un altro. Le 15mila società fantasma spostavano ricchezze per 4.500 miliardi di euro, cioè una cifra pari a quasi sei volte il Pil olandese e due volte e mezzo quello italiano.”

Da questa interessantissima inchiesta traspare una sorta di mondo parallelo dove 15.000 di società esistono solo formalmente, dove sono presenti 25.000 multinazionali, 17.500 avvocati o 1.238 società assicurative solo per citare alcuni dei dati forniti dagli autori. Dove, inoltre, capitali enormi transitano in entrata e uscita da e verso molti paradisi fiscali.

Non proprio la situazione virtuosa che il (solo) bilancio dello Stato farebbe presupporre.

Evidentemente non di soli tulipani si può vivere.

Al risparmiatore non fare sapere… (soprattutto i costi). Meno ti conosce e meno ti può mettere in discussione.

La gestione della propria conoscenza rispetto a quella altrui è – da sempre – il mezzo probabilmente più potente per perseguire i propri interessi e mantenere il potere assoluto.

Questo è valso e vale per qualsiasi dittatura, nelle guerre, nei rapporti commerciali.

Le asimmetrie conoscitive rendono debolissimo un soggetto rispetto ad un altro e quindi automaticamente facilmente controllabile da chi detiene il potere della (maggiore) conoscenza.

L’aspetto più grave di queste considerazioni è che chi si trova in situazione di deficit cognitivo, quasi sempre non ne è conscio.

O peggio, per paura, non affronta il problema.

Recentemente in un interessantissimo articolo del bravo giornalista Vito Lops de Il sole 24, si legge che “… una ricerca di Standard and Poor’s e Banca Mondiale pone l’Italia al 63esimo posto nel mondo”. Scritto in questi termini magari non colpisce molto il lettore.

Ma se proseguiamo nella lettura scopriamo che nella specifica classifica, l’Italia viene DOPO Zimbabwe e Togo. A quel punto la tragicità del problema diventa più evidente.

Eppure… Proprio da parte degli investitori che dovrebbero essere consci di quanto per loro sia fondamentale avere un minimo di preparazione, la ricerca di informazioni è praticamente nulla.

Permane – nei fatti – la politica dello struzzo con gli evidenti rischi che, inevitabilmente, quella posizione comporta.

Ma questi argomenti perché dovrebbero interessare i nostri lettori?

Per il fatto che esiste un industria che invece certi meccanismi li conosce perfettamente e li sfrutta con comportamenti decisamente efficaci rispetto ai propri obbiettivi di cui vi proponiamo un chiaro esempio.

Semplificando molto, l’evoluzione della normativa europea MIFID a protezione degli investitori europei rende OBBLIGATORIO che il risparmiatore sia edotto sui costi che paga per il servizio di investimento.

A questo punto ci si potrebbe chiedere se questo avviene, quale sia la differenza rispetto al passato e se ci possa essere un problema.

La risposta è assolutamente sì, il problema esiste ed è anche importante. Infatti per l’investitore una cosa è andarsi a leggere PRIMA della sottoscrizione del contratto che quel fondo costa l’1,5% di acquisto e magari il 2,5% di gestione annuo (alzi la mano chi mai l’ha fatto!). Altra cosa è invece ricevere un documento in cui è scritto sostanzialmente e a chiare lettere: “Caro investitore quest’anno hai pagato 1.500 euro di costo di sottoscrizione più altri 2.500 euro di costo di gestione. Totale 4.000 euro. Cordiali saluti”.

L’impatto ovviamente sarà tanto più scioccante quanto realistico nella percezione della realtà.

La reazione dell’industria a questi nuovi obblighi normativi è quella – davvero incredibile – che potrete leggere nei link allegati.

Vi invitiamo quindi caldamente ad approfondire questi articoli.

Fonti: Il Sole 24 Ore, Bluerating, Citywire

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Interviene la CONSOB sulla trasparenza dei costi che il sistema non applica.

Questa volta si è addirittura mossa la massima autorità di controllo dei veicoli di investimento operante in Italia. E lo ha fatto addirittura con un richiamo ufficiale al mondo degli intermediari e del risparmio gestito.

Questo perché, nonostante abbia avuto tutto il tempo necessario per organizzarsi, non applica ancora la normativa inerente la trasparenza dei costi entrata finalmente in vigore dal 01 gennaio 2019. Appare evidente che l’inosservanza delle legge stessa è fonte di possibile danno per gli investitori proprio a causa delle notizie che continuano a non essere loro fornite.

Abbiamo già parlato più volte del tema dei costi, ma ci sembra interessante far notare che una normativa di tale importanza venga palesemente disattesa fino a giustificare un richiamo di tale entità.

Il problema reale e oggetto del contendere risiede nella necessità di esplicitare chiaramente e per scritto ai clienti tutti i costi che devono sostenere per investire i loro risparmi. Finora la trasparenza era decisamente bassa e in particolare non vi era l’obbligo di rendicontare annualmente, in modo estremamente dettagliato, tutti gli oneri pagati. In questa situazione i risparmiatori non avevano di fatto modo di avere percezione diretta di quanto “il servizio” fosse pesantemente gravato e quindi inefficiente.

Una conto è sapere che per un certo prodotto si paga (ammesso e non concesso di aver letto la documentazione contrattuale…) una certa percentuale X%. Molto più esplicito e pesante è leggere nero su bianco che il costo è stato magari di 4.000 euro! E non stiamo certamente parlando di grandi portafogli.

Contro l’applicazione della normativa emanata a livello europeo dall’ESMA e di conseguenza adottata da tutti i singoli Paesi Ue, è in atto un tentativo di ritardare (nuovamente!) l’applicazione della stessa e probabilmente anche di metterla almeno in parte in discussione.

Correttamente la CONSOB è intervenuta con un richiamo ufficiale ricordando che la normativa c’è e deve comunque essere applicata a prescindere. Vedremo quali saranno gli sviluppi e dei quali vi aggiorneremo.

 

Costi: i nodi vengono al pettine. Due interessanti articoli.

Quante volte abbiamo scritto dei costi eccessivi, sostenuti da parte degli investitori. Mancava però una precisa percezione da parte loro o almeno una reazione all’apatia che questo tema sembrava evidenziare. Percezione che, probabilmente, arriverà grazie alla trasparenza della nuova normativa di cui abbiamo recentemente scritto su questa pagina a cui speriamo segua una reale presa di coscienza.

Comunque i cambiamenti non possono essere fermati e inevitabilmente comporteranno un approccio diverso da parte delle varie reti e banche verso la politica di remunerazione. Sicuramente le Autorità vigilano su questo tema in particolare l’ESMA e la loro attenzione è (e rimarrà) elevata.

Vi consigliamo quindi la lettura di due articoli che sono stati pubblicati oggi sulle pagine de Il Sole 24 Ore a firma di Massimiliano Cellino e di Marco Lo Conte che approfondiscono questo tema precisando che il problema riguarda esclusivamente il mondo dei consulenti abilitati all’offerta fuori sede (ex promotori finanziari) e non i consulenti finanziario autonomi (ex indipendenti) che non sono remunerati sui costi pagati dagli investitori.

 

 

Gli etf questi sconosciuti. Soprattutto in Italia…

Ci risiamo. L’ennesima classifica in cui ci ritroviamo nelle ultime posizioni.

Siamo tra i paesi europei nei quali gli Etf sono meno pubblicizzati e questo ha soprattutto un motivo davvero banale: i costi.

Ad essere onesti ci sarebbe un altro motivo che gli investitori probabilmente non conoscono: un portafoglio con molti strumenti passivi comporta inevitabilmente per il professionista un maggiore lavoro di monitoraggio e manutenzione dell’equivalente portafoglio con soli fondi comuni. Ma questo è un altro discorso.

Tornando ai costi se ad esempio un fondo azionario USA ha un costo di gestione (almeno) del 2%, l’Etf equivalente ha un costo di gestione che raramente supera lo 0,7%. E peraltro, su una piazza estremamente efficiente come quella nordamericana è quasi impossibile trovare un gestore attivo che riesca con persistenza a fare meglio del mercato stesso (e quindi dell’Etf che lo replica).

La differenza quindi deriva dal fatto che le reti di promotori e le banche incassano mediamente circa il 70% dei costi di gestione del fondo (che vanno ai venditori che li collocano) mentre per un Etf incassano esattamente 0 (zero!).

Ovviamente gli strumenti passivi non sono la soluzione “ognitempo” e hanno i loro pregi e difetti. Ma pagare un’enormità in più per ottenere quasi sempre lo stesso risultato dell’indice ci pare francamente una scelta da evitare.

Il vento su questo tema sta cambiando (grazie all’Europa di cui tanti si lamentano a sproposito) a favore dei risparmiatori, ma di questo parleremo un po’ più avanti.

Ecco spiegati i risultati delle classifiche in questo settore.

Qualcuno potrebbe farsi male

Quest’anno il nuovo governo italiano ha raggiunto probabilmente il massimo livello di scontro politico ed economico contro le Istituzioni.

Apparentemente contro l’Europa, ma realisticamente anche contro altri attori di sicuro peso a livello mondiale. Di conseguenza se il nostro Paese dovesse perdere la battaglia che ha iniziato a combattere sarebbero in molti a farsi male e, ovviamente, le loro reazioni non sarebbero indolori.

Le scelte fatte finora dai vari governi che si sono succeduti si sono rivelate di fatto una peggiore dell’altra, mai nessuno di questi è realmente riuscito a risolvere l’annoso problema dell’enorme debito pubblico italiano, nè a far ripartire una ragionevole crescita del Paese. Incredibilmente non è stata neppure colta la grande opportunità offerta dal quantitative easing europeo.

Tuttavia l’esecutivo attuale sembra (al momento) che stia andando allo sbaraglio contro tutto e contro tutti in virtù delle scelte di politica economica che vorrebbe adottare.

Queste scelte vengono “vendute” sostanzialmente con due motivazioni: A) questa sarà la manovra che risolverà i problemi di povertà degli italiani grazie a una miracolosa ripresa che la stessa manovra dovrebbe improvvisamente risvegliare, B) si va finalmente in battaglia, duri e puri, contro i cattivi cioè le Istituzioni Europee, le banche e i non meglio identificati poteri forti.

Peccato che la realtà sia assai diversa e – sopratutto – che la stessa si dovrà confrontare con i numeri che, è risaputo, non sono come i tunnel nelle montagne che un giorno ci sono e quello dopo devono ancora essere scavati.

I numeri reali che emergono dalle analisi dello stato attuale si scontrano contro quelli (al momento) previsionali che sembra siano stati quantificati come un piacevole esercizio di fantasia.

Detto altrimenti: stiamo assistendo allo scontro tra il certo e un (troppo ottimistico) incerto. Non male.

Peraltro siamo andati all’estero a spiegare che questa manovra è bella. E anche questa lode all’italica creatività ci sembra tecnicamente interessante.

Ciò che non viene spiegato con particolare enfasi – questa volta solo agli Italiani perché altrove lo sanno già perfettamente – è innanzitutto che i cattivi sono quelli che di fatto ci dovrebbero finanziare (!) buona parte della manovra. Poi non viene anche spiegato che tra i cattivi non ci sono solo banche ecc., ma anche tanti risparmiatori. Quelli italiani in particolare, grazie alla sola fase di preparazione e discussione creativa della manovra, stanno già perdendo un bel tesoretto che il sito de Il Sole 24 Ore di pochi giorni fa stimava in circa a 3.300 euro in otto mesi per ogni cittadino.

É accaduto infatti che da mesi ormai tutti i grandi investitori mondiali (altri cattivi) hanno provveduto a vendere Titoli di Stato del Bel Paese, oltre a titoli azionari. Si sono liberati di un debito che ormai non rende più rispetto al rischio che rappresenta.

Voi cosa avreste fatto al loro posto?

Lungi dall’incensare le banche (o il mondo della finanza) crediamo sia utile ricordare che i cattivi possono esistere solo perché ricevono soldi dal “popolo”. Quindi se da una qualunque banca i cittadini ritirassero tutta la loro liquidità, nello spazio di pochissime ora la banca fallirebbe. Quindi buoni e cattivi convivono sotto lo stesso tetto e il limite tra le due realtà si fonde quotidianamente almeno in parte dei reciproci interessi.

Proviamo ora con un’altra considerazione. I cattivi investono i soldi che i buoni affidano loro con l’obbiettivo di creare magari un futuro migliore per se stessi o i propri figli. I cattivi quindi con questi soldi (non loro) e tramite diversi strumenti, hanno acquistato Titoli di Stato italiani (anzi le banche italiane sono i maggiori acquirenti) che avevano un determinato livello di solidità. Livello di solidità sostanzialmente immeritato, ma di fatto garantito dall’ombrello della BCE. Peraltro l’ombrello sembra stia per chiudersi senza eccezioni. Forse non molti sanno che secondo la normativa non solo nazionale, ogni fondo comune è obbligato a indicare in quali titoli sceglie di investire. e in particolare il livello di rating degli specifici titoli, deve assolutamente essere mantenuto entro i livelli indicati nel prospetto informativo. Perché questo vi dovrebbe interessare? Perché i Titoli di Stato italiani sono in fase di declassamento e il loro rating è a un passo del livello junk cioè spazzatura. Se intervenisse una nuova riduzione del rating i fondi comuni di tutto il mondo che non dichiarino intenzioni speculative, dovranno non solo ridurre le posizioni, ma vendere totalmente tutti i Titoli di Stato italiani. E questo sarebbe davvero un gigantesco problema.

Infine la speculazione (quella vera, quella che davvero può far molto male) finora non si è neanche mossa. Se iniziasse a colpire, a chi a quel punto i coraggiosi eroi a chiederanno aiuto? Alla cattiva Europa? Agli uomini neri della BCE che peraltro ha già sparato quasi tutte le possibili cartucce?

Un po’ di tempo fa qualcuno disse: “Armatevi e partite!” e quelli che partirono erano armati con armi ridicole e mandati in Russia con divise estive. Colpisce l’analogia con il fatto che se questo quadro si realizzasse, quelli che partiranno saranno proprio i cittadini italiani; loro si a quel punto disarmati e senza più coperture. I cittadini attuali ma soprattutto quelli che ancora devono nascere e che – qualunque cosa Vi vengano a raccontare – si porteranno il fardello di questa e altre imprese italiche.

L’aspetto paradossale è che l’Italia ha doti uniche che la rendono attraente per molti investitori esteri. Con tutti i possibili limiti abbiamo creatività, capacità di innovare, un tessuto produttivo sostanzialmente sano e molto diversificato, una grandissima capacità di risparmio dei cittadini e tanti altri vantaggi che a livello internazionale sono comunque riconosciuti e apprezzati.

Ora però la nostra Armata Brancalone sembra che stia per andare in battaglia con ardore e coraggio, anche se sicuramente, i cattivi europei e non solo, ci stanno aspettando; pronti e ben armati.

Per il momento intanto i nostri eroi hanno inviato un coraggioso esploratore a togliersi una scarpa per sporcare i fogli della relazione del Commissario Europeo Moscovici e far capire che aria tira da queste parti. O da quelle, ma questo non è ben chiaro.

Se battaglia sarà, speriamo di non prendere troppe botte perché i relativi costi, nel decreto Genova, questa volta non potranno proprio inserirli.

Per il momento non si può fare altro che attendere e osservare cosa accadrà sperando che finisca a cantucci e vino.

Il debito pubblico troppo elevato è sempre un problema? Non è detto. Spunti su cui meditare.

In questi giorni si discute molto in merito al debito pubblico italiano troppo elevato che ha oggettivamente le potenzialità per far esplodere l’economia non solo italiana.

Tuttavia ci sono casi in cui situazioni apparentemente analoghe non rappresentano un problema.

Come può essere possibile?

Ce lo spiega in modo davvero interessante questo articolo de Il Sore 24 Ore dal quale è possibile comprendere come, a una posizione debitoria pesante, faccia da contraltare il massimo voto di solidità da parte delle agenzie di rating; con ovvi e diretti riflessi.

Il costo (nelle tasche degli Italiani) delle parole senza regole.

Sembra facile, ma non lo è. Pare che i politici italiani abbiano dimenticato (o devono ancora imparare?) che nelle sedi pubbliche occorre la massima attenzione a non esprimersi come se si fosse al bar dello sport. Le parole hanno un peso diretto importantissimo, soprattutto quando sono dette nella veste di rappresentanti dello Stato Italiano. Ci sono regole non scritte – ma peraltro di buona educazione e semplice buon senso – che non bisognerebbe superare pena danni molto gravi. Diretti e indiretti.

Danni che, già ora, pesano nelle tasche di tutti i cittadini e che, tragicamente non saranno, almeno nell’immediato, percepiti perchè non sono visibili direttamente quanto lo sarebbe ad esempio una tassa sulla benzina. Ma sono assolutamente reali, importanti e permarranno nel tempo. Purtroppo lo spread è “semplicemente” il costo per l’affidabilità di un Paese e la sua sensibile risalita in condizioni di relativa stabilità dovuta all’ombrello di protezione del Quantitavie Easing della Bce è un pessimo segnale anche perchè altri Paesi che sono in condizioni analoghe, non hanno registrato un simile incremento. Cosa accadrà a breve quando questo ombrello sarà tolto?

In Europa e nel mondo peraltro, l’attenzione verso l’Italia è elevatissima e il motivo è davvero banale. Se il nostro Paese dovesse trovarsi in condizioni simili a quella della Grecia di pochi anni fa – e non è fantascienza – il conto alla fine dovrebbero pagarlo in molti e quest’idea non rende molto comprensivi.

Il secondo tipo di danni deriva dalla perdita di credibilità internazionale e il nostro Paese si sta avvicinando a grandi passi (stante l’attuale comportamento dei nostri politici) verso un baratro la cui risalita sarà infinitamente più pesante in virtù del fatto che già ora non dispone di un immagine di elevata affidabilità.

Seduti a questo tavolo non ci sono “buoni o cattivi” e sicuramente l’Europa deve essere migliorata.

Ma sarebbe meglio non farlo mettendo un dito negli occhi degli altri commensali.

 

Spremuti come dei limoni. I costi, e le mancate performance dei fondi

I risparmiatori italiani si lasciano ancora e purtroppo sempre più, guidare in modo del tutto passivo nella transumanza da risparmio amministrato al risparmio gestito (in particolare, fondi, fondi di fondi, polizze pseudo-assicurative ecc.).

Questa, incredibilmente, è una storia tanto vecchia quanto attuale.

L’obbiettivo di chi li guida è evidente: traferire liquidità da veicoli di investimento (obbligazioni, azioni, etf ecc.) che pagate le commissioni di acquisto rendono nulla al collocatore, verso prodotti del risparmio gestito per i quali l’investitore sostiene invece importanti  e soprattutto ricorrenti costi di gestione! Da 0% al 1,8% medio all’anno la differenza è ovviamente enorme.

Viene quindi alimentata con questa passività un’industria dell’inefficienza visto che quasi un terzo dei fondi ha risultati peggiori dei costi paganti dai risparmiatori.

Il problema gravissimo non è però nel pagare costi di gestione che sono assolutamente giustificati se il ritorno è coerente e corretto.

Il vero problema è che in molti casi questi costi insieme all’inefficienza di gestione, sono talmente pesanti da vanificare i risultati del gestore stesso.

I clienti si muovono senza – almeno – tentare di comprendere se i soldi che giustamente pagheranno, potranno essere forieri di risultati accettabili oppure saranno gettati al vento.

Le asimmetrie conoscitive sono una parte di questa situazione, ma forse non la più importante.

Probabilmente la causa di questo atteggiamento è la storica apatia e la mancanza assoluta di voglia di imparare le nozioni necessarie per operare con un minimo di coscienza delle proprie scelte insieme a una fiducia riconosciuta in modo assoluto a chi propone simili prodotti.

In questa stranissima situazione, tipicamente italiana, a pagare è sempre e solo l’investitore finale con buona pace delle performance.

Fonte: Repubblica.it