Un mondo che cambia. Spazi diversi per investire. C’era una volta e ora non c’è più.

Il mondo sta cambiando a una velocità della quale non sempre percepiamo l’intensità. Sarà ancora possibile investire con le logiche utilizzate fino ad ora?

Sotto i nostri occhi, ma non sempre pienamente recepiti, stanno avvenendo cambiamenti che interessano molti aspetti: politici, storici, di comunicazione, di relazione, economici, sociali, della quantità e disponibilità di ricchezza procapite, tecnologici solo per fare alcuni esempi. Sono cambiamenti epocali rispetto a un passato recentissimo dai quali quasi certamente non si potrà – sotto alcuni aspetti fortunatamente – tornare indietro e che stanno già impattando pesantemente nella nostra vita quotidiana.

Di conseguenza dovranno necessariamente cambiare anche gli approcci all’investimento dei propri risparmi. Dovrà soprattutto aumentare il proprio livello di consapevolezza, fondamentale insieme alla preparazione finanziaria elementare, per vivere questo processo in modo cosciente e non passivo. Bisognerà approfondire e fare propri i concetti di orizzonte temporale, profilo di rischio personale, programmazione. Occorrerà in particolare comprendere, imparare e adattarsi perché se è vero che certe opportunità sono finite per sempre, è altrettanto vero che altre – nuove, diverse, interessanti – si stanno aprendo.

Proverò ora a fornire qualche semplice esempio per evidenziare alcuni di questi cambiamenti.

Rendimenti obbligazionari (Titoli di Stato in particolare)

Chi come me è “diversamente giovane” ricorda sicuramente come fosse appagante e facile investire in Titoli di Stato intorno agli anni ’80 nel nostro Paese. Bastava acquistare un semplicissimo BOT e dopo un anno si incassava un utile anche superiore al 10% alla scadenza; era sufficiente a quel punto rinnovarli. E la giostra girava per tutti.

Semplice, immediato, pochi fastidi, indolore.

Pochi però si rendevano conto che in termini reali a causa dell’inflazione, il vero guadagno quasi si azzerava oppure che sui BTP si potevano perdere soldi in conto capitale o ancora che si stava creando un mostro che peserà sulle teste di molte future generazioni di Italiani.

Soprattutto veniva appagata la grande soddisfazione di un (apparente) lauto guadagno e – peggio ancora – si generava la certezza di un flusso continuo di cedole sicure.

A questo è seguita nel tempo la creazione di fondi a distribuzione di proventi o a cedola che dir si voglia, sottoscritti con particolare energia dai risparmiatori italiani sempre più vittime del progressivo calo dei rendimenti cedolari fino al punto di alcuni prodotti che per distribuire “cedole” disinvestivano quote di patrimonio. I costi di questi prodotti hanno poi dato il colpo di grazia abbattendo i magri rendimenti.

I figli del tempo delle cedole, laute e sicure, sono diventati per sempre orfani.

I contratti assicurativi prevalentemente a carattere previdenziale (Ramo I)

Quando ho intrapreso il mio percorso professionale nel mondo della consulenza, sono stato “caldamente” invitato a operare come agente assicurativo in attesa del superamento dell’Esame di Stato per poter accedere all’Albo dei Promotori Finanziari. Allora la maggior parte dei contratti erano a carattere previdenziale e a fronte di determinate peculiarità anche normative, garantivano a scadenza un capitale o una rendita. Siccome gli eventi legati alla vita di un essere umano sono due (l’essere in vita o la morte) venivano proposte coperture accessorie che tutelavano anche nel caso di premorienza dell’assicurato (sottraendo ovviamente il costo di questa copertura dal capitale realmente investito per non far percepire l’ulteriore costo sostenuto).

Al di là di limitate opzioni sul caso morte (veniva riconosciuto un extra rimborso in casi di morte quasi al limite della fantascienza), si trattava di prodotti sostanzialmente semplici con alcuni vantaggi che per quei contratti e con il senno del poi, sarebbero diventati spropositati. Innanzitutto veniva riconosciuto un tasso minimo garantito che oggi non sarebbe possibile immaginare neanche nel più bello dei sogni: il 4%. Poi il rendimento veniva consolidato su base annua. Ultimo ma non ultimo durante il periodo di conferimento dei premi veniva riconosciuto l’80% del risultato di gestione e, se dopo la scadenza non si chiedeva il riscatto, si arrivava anche al 90% (pur sempre al netto di costi importanti).

E oggi? Oggi le cose sono un po’ cambiate, ad esempio il tasso tecnico si aggira intorno all’1% e il consolidamento in molti casi avviene su base decennale. Vi invito a giocare con la calcolatrice per vedere la differenza. Da un punto di vista commerciale poi, oggi ci sono sostanzialmente due possibilità: A) Se disponete di patrimoni a nove zeri qualche contratto interessante della “vecchia” tipologia previdenziale, potrebbe venirvi proposto ma con la “piccola” condizione che investiate pesantemente – anche –  in altre tipologie di prodotti di casa, B) Se invece non disponete di patrimoni a nove zeri verrete condotti in gregge (vedi questo post) verso i cosiddetti prodotti misti, che oggi sono venduti a mani basse.

Ma di cosa si tratta? Sostanzialmente sono costituiti da: 1) uno specchietto per le allodole dato da una componente di prodotti Ramo I (quelle di cui ho scritto sopra) per vendere la “sicurezza” e 2) da una matrioska dentro la quale vi ritroverete fondi che non conoscerete, che non avete scelto, che non potrete sostituire, che non vi daranno alcuna garanzia, che probabilmente a causa di costi e inefficienze non riusciranno a restituirvi neanche l’andamento degli indici di mercato, il tutto incollato a una carta moschicida a base di costi.

Avevo già trattato questo tema in questo post che potrete leggere per approfondire.

Voi umani dovete ancora vedere cose che non potete neanche immaginare. I Quatitive Easing e alcune loro conseguenze.

Parafrasando la famosa frase del film Blade Runner, è come se il mondo da qualche anno avesse varcato una di quelle porte spazio / tempo che compaiono in alcune pellicole di fantascienza per entrare in una dimensione completamente sconosciuta e senza alcuna certezza di poter tornare indietro. Semplificando molto, dopo la crisi del 2008 il sistema per evitare di collassare, ha iniziato a pompare nell’economia mondiale immense quantità di liquidità e ancora continuerà a farlo, anzi l’attuale crisi del Coronavirus ha di molto incrementato e accelerato questo procedimento. La logica iniziale era che semplicemente non si poteva fare diversamente per salvare il mondo e peraltro non c’erano esperienze analoghe precedenti. Ma come tutti i viaggi intergalattici nessuno poteva conoscere cosa si sarebbe scoperto e quali rischi si sarebbero corsi.

Questa grandissima massa di denaro praticamente a costo zero è arrivata solo parzialmente a sostegno delle imprese o famiglie alle quali era destinata. Una parte importante è “andata” a caccia di rendimento. Prima sul mercato obbligazionario facendo crescere per la legge della domanda e dell’offerta i corsi e abbattendo quindi i rendimenti, creando inoltre una distorsione supportando titoli di aziende ormai tecnicamente fallite che altrimenti sarebbero state spazzate dal mercato. Poi seguendo la logica di Tina (vedi questo post) si è orientata sull’azionario comprando – quasi – di tutto semplicemente perché non c’è alternativa.

Non solo.

Questa situazione si autoalimenta perché i prezzi dei titoli di stato di alcuni Paesi non possono crollare e allora vengono sostenuti da continui acquisti delle principali Banche Centrali, con la conseguenza che il premio al rischio apparente e quindi la differenza di rendimento tra due titoli equivalenti si è ridotta in modo anomalo e riflette ormai solo in parte quello che sarebbe il vero premio al rischio tra due emittenti con economie diversamente solide.

Tutto questo dovrebbe finire, ma immaginare come e quando è fantascienza nella fantascienza, almeno nelle attuali condizioni dell’economia mondiale anche perché la sola ipotesi di rallentamento di questa condizione creerà una serie di onde abbastanza alte sulle quali ci troveremo a navigare possibilmente indossando per tempo gli opportuni salvagenti. Al momento comunque si tratta di una ragionevole possibilità che – dovrebbe – essere ancora abbastanza lontana nel tempo; prima bisogna salvare il mondo.

Infine potrebbe manifestarsi il problema dell’inflazione (vedi post) che in queste condizioni potrebbe creare stagflazione (vedi Treccani).

Quindi viviamo in un mondo che è cambiato per un tempo che sicuramente non sarà breve.

I cambiamenti nei modelli della distribuzione o del commercio.

Pochi decenni fa, molti lo ricordano, quando esistevano i videoregistratori a nastro, si diffuse in tutto il mondo una catena americana di noleggio di film su videocassetta chiamata Blockbuster composta da migliaia di negozi. Molti tra di noi hanno fatto le code per noleggiare e restituire (sovente i ritardo!) quei film. Sembrava una rivoluzione nel modo di consumare il prodotto cinematografico e invece è scomparsa in breve da tutto il mondo. Analogamente è accaduto per molti altri settori come per esempio i nuovi modelli di vendita al dettaglio che sono progressivamente scomparsi schiacciati dall’e-commerce, ma poi da questo riesumati e in parte rinvigoriti in un ciclo continuo di cambiamento.

Conclusioni

Diventa quindi evidente che l’approccio ai propri investimenti dovrà essere rivisto, non solo dal mondo professionale, ma anche dagli investitori finali, dai risparmiatori.

Oggi ad esempio è molto difficile ottenere un ragionevole flusso cedolare, o meglio di rendita, sui singoli titoli a meno di alzare sensibilmente l’asticella del rischio e questo è diventato un grosso problema per le compagnie assicurative. Occorrerà che i risparmiatori imparino che questo flusso dovrà essere generato (come peraltro è sempre stato anche se magari non percepito) non solo dalle cedole stesse, ma anche dalle differenze di corso tra acquisto e vendita.

Oggi il più importante indice azionario mondiale lo S&P500 che dovrebbe riflettere in modo ragionevolmente preciso l’andamento della principale economia al mondo, è pesato per oltre il 30% da una manciata di aziende di dimensioni gigantesche e quindi fornisce un dato che sostanzialmente va conosciuto e interpretato per il “nuovo” valore che assume. Un’altro paradigma che andrà valutato diversamente.

Se quindi alcuni aspetti andranno ponderati con la massima attenzione e con occhi diversi dal passato è tuttavia altrettanto vero che si stanno presentando sempre nuove e interessanti possibilità che, fino a pochi anni fa, erano utopistiche o semplicemente irrealizzabili e che ragionevolmente avranno importanti spazi di sviluppo e per lungo tempo.

Energie pulite, ciclo delle batterie, trattamento dell’acqua, tecnologie medicali avanzate, gli infiniti campi di applicazione dell’intelligenza artificiale, soluzione ai crescenti problemi demografici, la logistica specializzata rispetto al mondo dell’e-commerce, le attività legate ai cambiamenti climatici, l’inesorabile uscita dalle fonti di energia fossili sono alcuni esempi. L’importante sarà sempre cercare di ridurre al massimo le correlazioni tra le diverse classi di attivi, non rincorrere i trend sull’onda emotiva e non focalizzare l’attenzione sugli obiettivi di breve termine, ma di accettare che le singole attività o mercati sottostanti abbiano il tempo di sviluppare le loro potenzialità e infine di adattarsi con attenzione alle nuove opportunità che i cambiamenti del mondo si presenteranno.

Ultimo ma non ultimo: e se il gigantesco debito accumulato nel mondo venisse resettato? Un’altro possibile cambiamento epocale potrebbe apparire in questo strano viaggio che ha intrapreso il mondo. Per ora solo una ipotesi, ma… mai dire mai. Trovate uno spunto nell’ultimo bottone di approfondimento,

 

 

 

 

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L’inflazione (utile) che ancora manca. Tempi nuovi per le Banche Centrali?

L’inflazione, quando controllata, è utile all’economia? Qual’è la situazione attuale?

Cercherò di riprendere in modo assolutamente elementare alcuni concetti in modo da poter fornire ai lettori le informazioni minime per rispondere alla domanda scritta nel titolo di questo post.

Che cos’è l’inflazione?

L’inflazione consiste nell’aumento del prezzo di ampia portata di beni o prodotti che non si limita a singole voci di spesa. A questo link potrete trovare la spiegazione fornita dal sito della Banca Centrale Europea. Solitamente si misura su determinati periodi temporali, tipicamente un anno e viene espressa in termini percentuali. Qualora invece di crescere i prezzi diminuiscano, si parla di deflazione.

Qual’è la principale conseguenza dell’inflazione?

La principale conseguenza dell’inflazione e quindi dell’aumento dei prezzi, è la diminuzione del potere di acquisto; ne deriva che a parità di importo disponibile, diminuiranno le quantità di beni effettivamente acquistabili. In alternativa sarà necessario un maggior impiego di risorse per acquistare la stessa quantità di beni o servizi.

Qual’è la principale causa di creazione dell’inflazione?

Semplificando davvero molto, ma mantenendo coerenza con l’obbiettivo di questo post, l’inflazione si crea grazie all’aumento della domanda di beni o servizi. Se questa cresce significa gli acquirenti sono in condizione di poter pagare un prezzo maggiore per lo stesso prodotto. La domanda stessa inoltre viene guidata entro determinati obbiettivi principalmente dalle Banche Centrali o dai governi (anche) con l’imposizione fiscale.

Cosa influenza la crescita dell’inflazione?

Alcuni parametri quali una forte crescita economica o il basso costo del denaro con cui ci si finanzia possono spingere la domanda e quindi la disponibilità a sostenere oneri maggiori rispetto al periodo precedente. Ma questa disponibilità può essere influenzata dalle istituzioni in vario modo, ad esempio variando la quantità di moneta disponibile oppure alzando o abbassando il costo dei finanziamenti, oppure ancora riducendo l’imposizione fiscale sia diretta (sui redditi) che indiretta (sui prodotti). Un altro parametro e sempre a titolo di esempio è il cambio; al suo variare – a parità di costo nella valuta di denominazione – potrà ad esempio aumenterà il prezzo finale da sostenere perché occorrerà più valuta locale per convertirla in valuta estera. L’inflazione è anche legata intimamente al livello di disoccupazione e ne avevo parlato in questo post. Estremamente importante infine è il clima di fiducia che in un determinato momento, si percepisce tra i cittadini: al suo crescere aumenterà sensibilmente la propensione a spendere o investire, mentre al contrario questa verrà contratta. Se ad esempio si attraversa una fase di congiuntura negativa, la paura del futuro spinge a ridurre o addirittura annullare le richieste di aumenti salariali per evitare possibili licenziamenti; di conseguenza l’inflazione si avvicinerà tendenzialmente alla pericolosissima deflazione (cioè riduzione dei prezzi), ben più complessa da controllare e poi superare.

L’inflazione è utile?

Ad un prima approssimata valutazione si potrebbe rispondere no visto che al crescere dei prezzi si possono acquistare meno prodotti. In realtà non è così. Infatti l’inflazione è un chiaro effetto (non causa) della crescita economica di un paese. Infatti solo se aumentano le retribuzioni o comunque la capacità di spesa dei cittadini, questi saranno disposti a pagare di più i loro acquisti. Analogamente per la loro percezione del futuro. In questo clima positivo aumenta anche la predisposizione agli investimenti (anche di medio lungo periodo) sia delle famiglie che delle imprese con ovvi benefici sulla crescita del PIL che altrimenti verrebbero congelati o del tutto annullati con evidenti ricadute negative. Un aumento dei prezzi costituirà inoltre un aumento delle entrate indirette (es. IVA) in quanto la stessa percentuale di imposizione sarà computata su di un prezzo maggiore. L’inflazione infine abbatte in termini reali il debito pubblico.

Quanta inflazione?

Ovviamente l’inflazione deve essere controllata e indirizzata entro determinati valori stabiliti dalle autorità. Il motivo è – sempre semplificando – che una crescita incontrollata diventa dannosa perché rende di fatto nullo il potere di acquisto di una determinata valuta. Ci sono stati casi nella storia di Paesi nei quali l’inflazione era diventata talmente alta che le banconote furono usate per creare palle di carta per giocare a football e questa situazione è ancora reale come potrete leggere qui in merito al Venezuela Paese che nel momento in cui scrivo ha un tasso di inflazione annuo del 2.400%. Ovviamente si tratta di un caso limite, ma nel mondo ci sono aree con livelli di questo tasso assai diversi come diverse sono le economie dei Paesi che la subiscono. Mediamente nei Paesi ad economia di mercato libera negli ultimi decenni si è sostanzialmente ridotta come ad esempio in Italia passando da valori molto vicini al 20% degli anni’80 fino ai valori attuali intorno o inferiori all’ 1%. Quindi sempre semplificando molto, da valori troppo alti a valori “troppo” bassi.

Il ruolo delle Banche Centrali e il nuovo possibile loro paradigma. Il probabile grande cambiamento di approccio.

Tendenzialmente queste istituzioni hanno lavorato (seppur con mandati abbastanza diversi in funzione dei loro Paesi di appartenenza) a controllare l’inflazione e soprattutto a ricondurla verso un valore ritenuto corretto come massimo accettabile. Questo concetto è stato particolarmente importante per la Banca Centrale Europea in quanto il suo maggiore contributore – la Germania – all’inizio del secolo scorso ha subito un periodo di lunghissima e durissima inflazione ancora ben presente nella memoria del Popolo tedesco. Quindi, semplificando, finora l’obbiettivo della BCE è stato un tasso di inflazione vicino, ma non superiore, al 2% annuo.

Il concetto quindi è di oscillazione verso un tetto massimo. Tuttavia tutta una serie di parametri che non riporto per brevità in questa sede, ma soprattutto gli effetti della crisi del 2008 e di quella di quest’anno del Coronavirus, hanno rimescolato le carte fino a considerare nuovi possibili parametri di valutazione. Completamente diversi.

Quali i motivi? Il rallentamento delle economie, veloce e pesantissimo, ha portato Governi e Istituzioni a rendere disponibile nel sistema una massa di liquidità assolutamente mai vista a costo praticamente pari a zero, per cercare di sostenere prima e far riprendere poi la crescita delle economie mondiali. In questa fase di fortissima decrescita del PIL mondiale ovviamente le vendite di beni e servizi sono crollate e con loro si sono mantenuti contenuti quando addirittura non scesi i loro prezzi mentre le pressioni salariali sono semplicemente scomparse. Da quel momento l’obbiettivo massimo del 2% è diventato quasi un utopia con evidenti danni per i motivi che ho esposto sopra.

Ora però si potrebbe affacciare l’ipotesi esattamente opposta. Infatti, se grazie all’evoluzione del quadro pandemico e soprattutto alla rapida diffusione del vaccino, si avviasse una “forte” fase di crescita dopo una fortissima contrazione, l’inflazione potrebbe riprendere a incrementarsi. Probabilmente troppo almeno rispetto al tetto massimo del 2%. La crescita mondiale ha subito un pesantissimo contraccolpo e tutte le Istituzioni stanno cercando di affrontarlo ricorrendo a soluzioni non convenzionali e soprattutto inimmaginabili fino a pochi mesi fa in quanto avrebbero scatenato polemiche e veti incrociati da parte di molti governi, soprattutto nella Ue, sostanzialmente fornendo liquidità illimitata a costi praticamente pari a zero e sostenendo con acquisti continui le obbligazioni governative dell’area euro.

Conclusioni

Ecco quindi profilarsi il probabile importantissimo cambiamento di approccio della BCE (ma non solo) verso il target di riferimento del 2%: non sarebbe più il valore massimo, ma bensì il valore medio. Si accetterebbero quindi, seppur in via teorica, variazioni del valore limite anche “sensibili” verso l’alto (dovute all’enorme massa di liquidità iniettata nel sistema e che ben difficilmente potrà a breve essere drenata salvo danni maggiori) che finora erano precluse, focalizzando gli interventi al rispetto del valore medio.

Si affaccia quindi la possibilità di un nuovo fondamentale ruolo (finora precluso) per la BCE: non solo il controllo del tasso di inflazione ma anche la possibilità di implementare una vera politica di interventi diretti di sostegno alla crescita economica europea. E in questa logica ecco che il limite massimo attualmente vincolante, assumerebbe un valore relativo venendo sostituito da valori medi proprio a sostegno della crescita. É evidente che questo approccio, se messo in atto, avrà conseguenze davvero interessanti in questo universo inesplorato che è diventato il mondo dopo le ultime crisi e l’attivazione dei QE.

Ci sarà da osservare l’evoluzione di questa ipotesi anche perché non mancheranno forti opposizioni dai Paesi rigoristi.

Grandi cambiamenti si stanno presentando all’orizzonte. Forse.

 

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Circolare 07 2020 Mercati e ciclo. Considerazioni in merito al quadro della situazione e ai possibili sviluppi nel medio periodo.

Gentili clienti,

l’evoluzione dei mercati in questi mesi richiede alcune considerazioni in merito al quadro della situazione e ai possibili sviluppi nel medio periodo che ritengo utile condividere con Voi.

CORONAVIRUS E RELATIVE CONSEGUENZE

Come spiegato in altre comunicazioni si sono succedute le seguenti fasi:

  • Comparsa della pandemia del tutto inaspettata e rapida diffusione del contagio in una fase che era di forte crescita dei mercati.
  • Primissime manovre non coordinate per tentare di tamponare una situazione totalmente indefinita.
  • Prime quantificazioni dei danni oggettivi.
  • Interventi importanti da parte delle istituzioni mondiali.
  • Interventi importanti e mai realizzati prima da parte dei singoli governi.
  • Inizio di una rivoluzione radicale di molti status quo che erano sopravvissuti per decenni. Trattandosi di una crisi sistemica, subentrano i primi importanti cambiamenti a livello politico. Questo punto è forse il più importante in assoluto e merita un approfondimento.

Per anni nel mondo ci sono state situazioni consolidate (sia a livello nazionale che intergovernativo) che si sono cristallizzate nel tempo e sulle quali si sono succedute numerose proposte di miglioramento senza che in realtà si arrivasse a realizzarle. Un esempio potrebbe una normativa a livello europeo che possa uniformare in modo equo la tassazione dei vari paesi; questo favorirebbe in modo sostanziale lo sviluppo economico di questa area eliminando le attuali asimmetrie. Oppure sempre in Europa, la condivisione del debito pubblico dei singoli Paesi. A livello internazionale invece gli Stati Uniti d’America erano il “poliziotto” del mondo con un enorme potere sia commerciale che, ovviamente politico. La crisi del Coronavirus, nella sua intensità, vastità e nel fatto che ha colpito con la stessa forza paesi più o meno ricchi, ha avuto come conseguenza l’inizio di un cambiamento probabilmente irreversibile che si svilupperà nei prossimi anni. Esempi pratici sono la prima condivisione di debito pubblico in Europa o il diverso ruolo degli USA a livello mondiale che non a caso si stanno sganciando da molti conflitti locali o ancora il “nuovo” ruolo della Cina a livello mondiale. Nella UE infine si parla nuovamente di creare o unificare strutture di controllo o gestione con evidenti vantaggi per i cittadini quando queste, si spera, saranno implementate con equità. Senza spingersi toppo oltre né poter quantificare la maggiore o minore perequazione di questi movimenti, appare evidente che posizioni cristallizzate negli anni stanno iniziando a sgretolarsi e questo potrebbe ragionevolmente portare dei vantaggi oggettivi sotto diversi aspetti. Come esempio si può pensare che nel 1929 la Banca Centrale Americana si trovò da sola a gestire la famosa crisi, mentre tutte quelle più recenti hanno goduto dei vantaggi di un’azione perlomeno coordinata e quindi più efficace tra tutte le principali banche centrali mondiali. Analogamente una forte attenzione sulla eco sostenibilità o su investimenti e aziende socialmente responsabili, sono un dato di fatto ormai inarrestabile.

ANDAMENTO DEL CICLO ECONOMICO

 I cicli che si sono verificati negli ultimi mesi sono sostanzialmente:

  • Improvviso quanto ineludibile blocco di tutte quelle attività o servizi che non fossero indispensabili alla sopravvivenza della popolazione.
  • Congelamento (non smantellamento) di fatto delle capacità produttive di molti settori.
  • Danno immediato e pesante all’economia di tutti i Paesi mondiali con relativo crollo del prodotto interno lordo.
  • Aumento in alcuni casi assai elevato, del debito pubblico.
  • Primi allentamenti dei blocchi produttivi o alla circolazione e quindi alla ripresa (con grandi diseguaglianze a seconda dei settori) dell’attività.
  • Riorganizzazione di alcune attività industriali verso prodotti nuovi o sostanzialmente diversi da quelli originali.
  • Sospensione di alcuni vincoli comunitari per i Paesi UE e accettazione della condivisione di aiuti anche a fondo perduto per i Paesi più colpiti.
  • Ripresa di molti indicatori tecnici che, in alcuni casi, sono stati interpretati come forieri di una forte ripresa del ciclo economico.
  • Grandissimi spostamenti di denaro da settori consolidati verso settori orientati alla tecnologia, allo sviluppo farmaceutico o biomedicale al punto davvero paradossale che oggi l’indice di borsa più importante al mondo che dovrebbe rappresentare le 500 più importanti aziende USA (S&P 500) oggi è “pesato” per circa il 40% da meno di una decina di aziende prevalentemente appunto di questi settori.
  • Probabile sovra valutazione in merito ai tempi di scoperta, test e commercializzazione del futuro vaccino che quando realmente avverrà, sarà probabilmente il maggior motore di ripresa a livello mondiale.
  • Presenza sui mercati di un’enorme quantità di liquidità che “deve” trovare remunerazione e che fatica ad ottenere dai mercati obbligazionari.
  • Difficoltà a valutare correttamente i corsi di alcuni settori e motivi di scelta degli stessi non sempre legati al reale interesse dei sottostanti (vedi link allegato).

CONCLUSIONI

Dopo la fase di crollo dei mercati alla fine del primo trimestre abbiamo assistito a una ripresa molto forte di alcuni mercati in particolare quelli azionari e del settore tecnologico o farmaceutico soprattutto negli USA. Molti economisti hanno valutato che questa ripresa sia stata troppo energica rispetto alla situazione globale oggettiva oltre che sbilanciata su alcuni temi di investimento. Infatti il mese di settembre ha registrato un calo significativo proprio per titoli tecnologici e comunque americani. Il pericolo maggiore rimane comunque in questo momento l’ipotesi di un secondo lock down che si potrebbe verificare nel prossimo autunno / inverno stante l’aumento dei contagi in diverse aree. Inoltre, a novembre si terranno le elezioni per il prossimo presidente degli Stati Uniti e questo potrebbe essere un valido motivo per un aumento della volatilità di breve periodo soprattutto nel caso in cui il margine tra i due sfidanti risulti alla fine labile con possibili accuse di brogli e riconteggio dei voti. In merito all’inflazione questa potrebbe riprendere vigore a seguito della ripresa del ciclo. Non a caso proprio ieri la presidente della BCE si è espressa in merito a diversi concetti di valutazione e quantificazione della stessa. Per contro il mondo intero ha disperatamente bisogno di riattivare la fase di crescita e quindi permarranno a lungo manovre e azioni di supporto da parte di istituzioni e governi. Infine, la produzione di un vaccino si avvicina ogni giorno di più e questa sarebbe la maggiore spinta verso una ripresa più consolidata e soprattutto diffusa a livello mondiale.

 

Permane quindi l’impostazione a una linea di prudenza con una buona componente di liquidità ed esposizioni particolarmente attente sull’obbligazionario. Su questo tema saranno attivate / potenziate posizioni su prodotti legati al tema dell’inflazione. È possibile per i motivi di cui sopra che nel periodo da oggi a fine anno aumenti la volatilità, ma questa sarà una buona opportunità per rientri su alcuni mercati / settori. Restano, nei limiti della razionalità, premianti i temi legati all’innovazione tecnologica, biomedicale, delle tecnologie ecosostenibili, dell’energia rinnovabile, di sistema. Dopo la forte crisi di questi mesi, cominciano a delinearsi molte aree di possibile sviluppo del ciclo economico da monitorare ed eventualmente utilizzare anche se con la massima attenzione e prudenza.

 

Rimango a disposizione per qualsiasi necessità di chiarimento.

 

 

Roberto Dolza

 

Ancora truffe. Ingordigia, emotività e asimmetrie conoscitive continuano a mietere vittime.

Le truffe nel mondo della finanza. Sempre presenti e pericolose.

Viviamo in un mondo in cui la rete internet ci permette, almeno teoricamente, di disporre facilmente di diverse nozioni. E l’informazione, quando è costruita su basi affidabili, tecnicamente corrette meglio ancora sui siti delle Istituzioni e non sui post nei social network, è la prima e più importante forma di autodifesa.

Tuttavia l’informazione richiede un minimo di tempo e di impegno per essere trovata e assimilata e quindi, per molti, viene finalizzata solo a specifici temi perdendo così notizie e nozioni importanti che permetterebbero di investire evitando i rischi più gravi e soprattutto irreparabili.

I truffatori sono particolarmente attivi nel mondo della finanza e le loro più efficaci armi si basano su alcuni aspetti tipici dell’essere umano e tra questi primeggiano: ingordigia, emotività, asimmetrie conoscitive.

Quali sono i nostri principali punti deboli e perché possono essere pericolosi?

 

L’ingordigia

Caratteristica presente in ogni persona che, se non controllata, porta facilmente ad attribuire un peso eccessivo a millantati quanto impossibili importanti risultati in termini di guadagno che soprattutto in momenti di difficoltà storica o personale, andrebbero potenzialmente a risollevare situazioni difficili o perdite subite a vario titolo. Ma questa caratteristica può rendere deboli anche soggetti che dispongono di patrimoni importanti e che non avrebbero particolare esigenza di extra rendimenti per poter mantenere un eccellente tenore di vita. L’ingordigia è quindi, proprio perché insita nella natura umana, diffusa su diversi classi sociali o di censo e il rischio che comporta appare di fatto ugualmente distribuito.

L’emotività

In sostanza è uno di parametri che influenzano le reazioni che mettiamo in atto rispetto agli stimoli che costantemente riceviamo durante la vita quotidiana. É personale in quanto influenzata da diversi fattori come le nostre esperienze precedenti o come la percezione della preparazione che crediamo di possedere su di un determinato tema. Ma l’emotività viene condizionata, pesantemente, anche dall’empatia del nostro interlocutore. Più egli saprà relazionarsi con noi in modo efficace, più i nostri livelli di difesa tendenzialmente si abbasseranno. Questo, come dimostrano tantissimi esempi reali, è forse l’anello più debole della nostra catena di autodifesa perché una volta violato, il truffatore avrà spazio quasi illimitato (almeno inizialmente) per agire. I più grandi truffatori (vedi) sono tutti grandissimi comunicatori.

Le asimmetrie conoscitive

Pongono l’interlocutore meno preparato in situazione di grande debolezza rispetto alla sua controparte che conosce bene il tema oggetto di discussione. Attenzione perché questo accade anche quando la maggior preparazione è solo apparente e non reale, ma ben spacciata come profonda. In questo caso l’obbiettivo del truffatore è duplice: mettere la sua controparte in condizione di debolezza emotiva e successivamente creare intorno a sé una sorta di aura di affidabilità, generare fiducia e quindi evitare al massimo domande di approfondimento alle quali fornirebbe ovviamente risposte incomplete, o con finti tecnicismi o ancora palesemente false ma espresse con grande sicurezza.

Probabilmente sembreranno considerazioni quasi banali, ma vi invito a leggere con grande attenzione la selezione di articoli che allegherò con i relativi link per rendersi conto che nella realtà “a me non può capitare”, “lo conosco da tantissimi anni”, “mi fido ciecamente di lui”, sono approcci da evitare con la massima attenzione.

Come difendersi ? Proviamo a fornire qualche suggerimento.

 

Controllare sempre le referenze del proponente

Il primo passaggio è verificare se chi propone l’investimento ha i requisiti previsti dalla normativa per poter operare. É facile e banale; basta verificare sui siti degli Organismi di Vigilanza a partire da quello dell’OCF Organismo dei Consulenti Finanziari oppure su quello della CONSOB Commissione Nazionale per le Società di Borsa, eventualmente anche scrivendo un’email per richiedere informazioni. Il professionista che opera secondo i termini di legge, non potrà che essere contento delle vostre verifiche in quanto le risposte che arriveranno anche dalla semplice consultazione dei siti di queste due Istituzioni di riferimento del settore, saranno affidabili. MAI fidarsi senza verificare approfonditamente; esiste una pletora di “amici degli amici” che si spacciano per esperti o consulenti che non sono né l’uno, né l’altro, e che sia in Italia che all’estero (dove a volte è legale), raccolgono direttamente denaro per poi sparire.

Attenzione ai guadagni proposti, soprattutto se troppo elevati rispetto a quelli mediamente offerti dai mercati su profili di rischio e orizzonti temporali analoghi

Rendimenti troppo gratificanti devono immediatamente insospettire. Se banalmente il mercato esprime rendimenti in un certo periodo mediamente del 3% e qualcuno propone un investimento che rende l’ 8% o il 10%, occorre porre la massima attenzione, soprattutto se vengono utilizzate parole come “sicuro” o peggio ancora “garantito”. Occorre ricordare che il ritorno solitamente è (o almeno dovrebbe essere) proporzionato al rischio, quindi diviene imprescindibile verificare – tecnicamente e non emotivamente – perché viene proposto un rendimento fuori mercato e dove sono i rischi reali conseguenti. La sottovalutazione di questo aspetto può avere effetti devastanti.

I siti di trading online falsi

Attenzione ai siti di trading online, soprattutto a quelli che propongono irreali annunci di fantomatici clienti che hanno abbandonato lavori magari umili per guadagnare improvvisamente cifre spropositate facendo trading (compravendita di titoli più o meno veloce o frequente). Solitamente questi “clienti” sono fotografati accanto a case prestigiose, mazzette di banconote, automobili e donne estremamente appariscenti. In questo caso si tratta di società che nella realtà sono inesistenti (molti sono i casi di aziende domiciliate presso una casella postale (vedi) oppure in qualche palazzo o prestigiosi uffici affittati solo per qualche mese) e il meccanismo è sempre lo stesso. Convinto il cliente dei facili guadagni dopo le prime operazioni su piccoli importi e magari relativi accrediti sul C/C presso una banca estera, lo si convince ad investire la parte più importante del proprio patrimonio. Che ovviamente a quel punto sparisce per sempre insieme a qualsiasi tipo di contatto. Sul sito della CONSOB esiste addirittura una pagina specifica per questa tipologia di truffa.

Il pericolo degli investimenti non regolamentati o quotati su mercati ufficiali

Tendenzialmente diffidate di qualsiasi tipologia di investimento che non sia protetta da una specifica normativa e ufficialmente quotata. Acquistare azioni di una miniera d’oro in Sudamerica oppure quote di un promettente investimento immobiliare in un paese dell’Est Europa esporrà inevitabilmente ad un rischio infinitamente più elevato che acquistare il peggior fondo comune distribuito sui mercati regolamentati. I casi di finti documenti di proprietà o partecipazione in aziende inesistenti sono tutt’altro che rari e hanno colpito personaggi anche molto famosi. Un prodotto quotato, qualsiasi esso sia, ha almeno subito dei controlli prima di essere immesso sul mercato e dovrebbe – teoricamente – essere sottoposto regolarmente ad altri che per quanto migliorabili saranno sempre infinitamente superiori di ciò che non li subisce. Ovviamente non tutti gli investimenti non quotati sono truffaldini, ma comportano il fatto che l’asticella dell’attenzione e dei controlli debba alzarsi parecchio.

La documentazione contrattuale

Prima, molto prima di sottoscrivere qualsiasi contratto di investimento, è necessario anche se sicuramente noioso, leggere e controllare (o farlo fare da chi ne ha titolo) con attenzione, tutta la documentazione contrattuale. Alcuni anni fa ho incontrato un possibile cliente che, entusiasta, mi ha fatto vedere la documentazione di un nuovo investimento fatto a Londra grazie ad un suo amico fidandosi e senza fare alcun controllo preventivo. Era, semplicemente, tutto falso e se fosse stata messa in atto una seria verifica non avrebbe poi perso l’intero capitale investito in quell’operazione.

La conclusione è quindi che se anche non si dispone di una preparazione specifica su certi temi, è almeno possibile – e fondamentale – cercare di porsi qualche domanda ed eventualmente fare, o richiedere, un’analisi approfondita prima di aderire all’operazione proposta.

Nel caso peggiore il tempo o i soldi spesi saranno il migliore degli investimenti che potrete mai fare perché in fondo, il primo guadagno è una mancata perdita.

 

Lo studio del Bureau Européen des Unions de Consommateurs. Il costo della cattiva consulenza.

Il modello di remunerazione nel mondo bancario / assicurativo è probabilmente la principale causa di un problema che crea gravi conseguenze a molti investitori non solo in Italia, ma anche in tutta Europa.

Questo modello infatti remunera il professionista esattamente come se fosse un venditore e quindi in percentuale sui costi sostenuti dal cliente. Quindi a maggiori oneri corrisponde “meccanicamente” maggior guadagno.

Per quanto serio sia il consulente, appare fin troppo evidente che questa impostazione abbia insito un potenziale, pesante quanto ineliminabile, conflitto di interesse.

Situazione diametralmente opposta per i liberi professionisti che sono pagati esclusivamente a parcella direttamente dai propri clienti. Le loro prestazioni infatti non hanno un costo imposto da altri, ma concordato con ogni singolo assistito in funzione dell’impegno richiesto.

Non a caso molti prodotti che non generano costi (e quindi introiti) periodici, sono raramente proposti dalle reti di vendita e quando anche sono presenti nei portafogli, lo sono in misura assolutamente marginale.

Al contrario, è assai probabile che vengano collocati prodotti eccessivamente complessi e quindi costosi o peggio ancora rischiosi.

Conseguente a questo problema c’è anche la limitata (per quanto vasta) offerta alla quale il modello permette di accedere.

Con un esempio tanto banale quanto realistico il consulente della Banca A, non potrà mai proporre conto corrente, fondi, polizze ecc. della Banca B anche se sa perfettamente che sono migliori, più efficienti o a minore costo di quelli della propria banca.

Con buona pace della libertà di scegliere il meglio per il proprio portafoglio.

Il problema della qualità della consulenza, dei costi e del conflitto di interesse è talmente grave da spingere il Bureau Européen des Unions de Consommateurs (Beuc) un ente che raggruppa al proprio interno 44 organizzazioni di consumatori indipendenti di 32 diversi paesi, ad intraprendere nel 2018 una campagna nominata: “The price of bad advice” dove questi temi vengono analizzati approfonditamente.

Sono purtroppo numerosi i casi di disservizio o di pessima consulenza che le singole associazioni di consumatori a livello nazionale hanno segnalato a questa associazione e il tratto comune appare chiaramente legato alla modalità di remunerazione dei professionisti. Si tratta quindi di un problema grave che merita da parte dei risparmiatori la massima attenzione e, soprattutto, di investire – letteralmente – un po’ di tempo per documentarsi e verificare la propria situazione.

Possibilmente prima di pagare un costo spropositato in termini di esborso o di rischio.

Invito quindi alla lettura dei relativi dossier che credo possano essere fonte di un’eccellente informazione.

Roberto Dolza

 

 

 

Fonti: We-Wealth e Beuc

Foto di adege da pixabay.com

Tra esuberanza irrazionale, shale oil, fracking e Coronavirus.

A volte appaiono al mondo nuove tecnologie che promettono di rivoluzionarne alcuni aspetti della nostra quotidianità.

Può però accadere che non sempre ciò che è nuovo, utile e redditizio, si riveli poi anche sostenibile nel tempo.

Circa vent’anni fa negli USA, allora forti importatori di petrolio e derivati, fu inventata una nuova tecnologia di estrazione denominata fracking (per la quale vi rimando a un link a fondo pagina) che, tra mille problemi, ha avuto il fondamentale effetto di rendere questo Paese, non solo energeticamente indipendente, ma addirittura esportatore di petrolio e derivati con evidenti e importanti conseguenze a livello politico internazionale.

Tuttavia, questa tecnologia ha un grosso limite: il costo di estrazione molto elevato che la rende profittevole per un prezzo di vendita al barile di almeno 35 – 40 dollari.

Per contro e come termine di paragone il limite di convenienza per i Paesi mediorientali con la tecnologia classica è intorno circa ai 20-25 dollari al barile.

Quando questa tecnologia si è sviluppata, negli USA sono nate molte aziende di estrazione, la maggior parte delle quali si è fortemente indebitata per iniziare e poi sostenere l’attività estrattiva. Molte di queste aziende e i loro debiti sono peraltro diventate parte importante del più grande mercato di obbligazioni High Yield mondiale, quello americano.

A partire dal marzo scorso e a causa del Coronavirus, i consumi mondiali di petrolio sono crollati verticalmente e, altrettanto verticalmente, sono crollati i prezzi del greggio; europeo (il Brent di qualità più pregiata) come anche di quello americano (il WTI di qualità meno pregiata).

Siccome l’estrazione del petrolio non può scendere sotto determinati livelli si è creato il grave problema di reperire siti di immagazzinamento per la nuova produzione che non veniva più smaltita. Si è arrivati addirittura a noleggiare grandi petroliere affinché rimanessero ferme nei porti utilizzandole solo come improvvisati silos. Di conseguenza il costo di stoccaggio è cresciuto alle stelle. Contemporaneamente e anche per motivi tecnico – finanziari, il prezzo del greggio a termine è diventato per una breve finestra temporale, addirittura negativo.

In questo contesto è quindi arrivato (insieme ad una gestione perlomeno “spensierata” dell’azienda) il colpo di grazia per Chesapeake che negli USA era diventata il secondo produttore nazionale di gas.

Uno dei simboli della nuova tecnica del fracking, dello shale oil, dell’indipendenza energetica USA, ieri ha portato i libri in tribunale.

Questa credo possa essere una lezione importante da imparare e tenere ben a mente quando si pensa a nuove opportunità o frontiere di investimento.

La prudenza e la ragione sono sempre buone compagne di viaggio al contrario dell’avidità o dell’emotività.

 

 

Fonti: Wired e Agi

La Consulenza Finanziaria Indipendente nel 2020. Agli onori dei media dopo dieci anni di vergognosa sofferenza.

Ho iniziato il mio percorso professionale in questo settore nell’estate 1994, dopo soli tre anni dall’istituzione dell’allora Albo dei Promotori Finanziari.

Erano tempi davvero molto diversi e la recente istituzione dell’Albo era ritenuta – ed era – già un enorme passo in avanti per la regolamentazione del settore e una prima importante tutela dei risparmiatori.

Dopo aver sostenuto l’Esame di Stato per accedere all’Albo nel 2015, ho cominciato a operare come promotore finanziario fino al 2008 quando ho deciso di iniziare l’attività di consulente finanziario indipendente grazie alle spinte che anche a livello europeo promuovevano la legalizzazione di questa attività nel nostro Paese. Da subito ho anche deciso di iscrivermi alla nostra associazione di categoria NAFOP di cui ho l’onore di essere associato. L’anno non era casuale, infatti in quei mesi veniva pubblicata la nuova normativa specifica che faceva presupporre a brevissimo, l’avvio del nuovo Albo dei Consulenti Finanziari Indipendenti.

Poi il nulla per dieci lunghissimi anni. Un periodo di follia nel quale tutto si è bloccato grazie, a mio vedere, alle pressioni di mani forti che non volevano i cfi sul mercato.

Dieci anni appesi a un filo per il fatto di non essere più normati come promotori, ma non ancora come consulenti finanziari indipendenti. Perennemente in sospeso – non per colpa né per scelta – in un limbo normativo al limite di una illegalità non solo mai voluta, ma sicuramente aborrita.

La situazione cambia, radicalmente, nel 2018 quando l’Italia viene, di fatto, costretta ad adottare la normativa europea e a recepirne le indicazioni.

Nel mese di dicembre 2018, ho l’onore e la soddisfazione di essere iscritto di diritto al nuovo Organismo dei Consulenti Finanziari nel primissimo gruppo di professionisti abilitati all’esercizio della professione.

Dieci anni dopo.

Cosa è cambiato in questa decade che sembrava non finire mai?

Innanzitutto, grazie alla normativa europea, i cfi sono stati finalmente riconosciuti e normati ufficialmente come liberi professionisti (non ausiliari del commercio che operano con mandato o contratto di agenzia).

Ma il cambiamento più grande è che molti risparmiatori / investitori hanno iniziato ad avere dei dubbi sui servizi ricevuti, a informarsi, a chiedersi se esistessero alternative e a cercarle sul mercato. A conoscere  e riconoscere questa nuova figura professionale.

Il cambiamento è stato talmente grande che recentemente anche la giornalista Milena Gabbanelli ha redatto un servizio per Il Corriere della Sera di cui allego il link e che credo meriti un’attenta lettura.

Segnalo infine che i prossimi 20, 27 giugno e 4 luglio 2020, verrà pubblicata sull’inserto Plus de Il Sole 24 ore una campagna pubblicitaria a cura della nostra associazione per permettere al maggior numero di lettori di conoscere il diverso approccio professionale di un Consulente Finanziario Indipendente rispetto ad altre categorie che svolgono attività solo apparentemente simili.

Con l’occasione ringrazio pubblicamente NAFOP per l’azione difficile, pesante, lunga, ma alla fine vincente, di questi lunghi anni. Solo grazie a questa Associazione, a chi l’ha fondata e a tutti quelli che a diverso titolo si sono impegnati a farla crescere nel tempo, oggi i Consulente Finanziari Indipendenti possono avere l’orgoglio di lavorare in condizioni di piena legalità e assoluta indipendenza per l’esclusivo interesse dei loro assistiti.

La notte sta finendo ed è ora di cominciare a volare.

Roberto Dolza

Il Coronavirus colpisce pesantemente. Anche in Svizzera.

La recente pandemia sta colpendo in modo quasi “democratico” tutto il mondo e i suoi effetti hanno conseguenze pesanti su qualsiasi economia. Dai paesi emergenti, agli Stati Uniti, dal più solido governo a quello più instabile i danni sono equamente ripartiti anche se ovviamente con intensità diversa.

Tuttavia, colpisce che, come riporta un interessante articolo di Lino Terlizzi corrispondente de Il Sole 24 Ore pubblicato ieri, anche la Banca Centrale Svizzera abbia subito una perdita importante nel primo trimestre di quest’anno.

Certamente la perdita deve essere valutata in relazione al fatto che questa Istituzione ha una solidità eccezionale. Assimilabile solamente alla sua capacità di generare grandi profitti che peraltro può poi in parte condividere tra i Cantoni (suoi principali azionisti), gli azionisti privati o essere infine messi a riserva.

Comunque, 36,4 miliardi di euro di perdita trimestrale non sono pochi e credo interessante condividere i due principali motivi di questa flessione e che vengono ben spiegati nell’articolo:

  1. La svalutazione dei titoli a portafoglio. In questi mesi praticamente qualsiasi classe di attivi ha subito pesanti svalutazioni dovute all’inversione del ciclo di crescita di tutti i Paesi al mondo, alle condizioni di panico, alle molte posizioni al rialzo che erano aperte fino a febbraio e che si sono dovute chiudere con la massima rapidità amplificando di molto la volatilità.
  2. Le migliori caratteristiche della Svizzera: la stabilità e la forza della sua politica e della sua economia. Quando il panico inizia a colpire sui mercati, ingenti masse di liquidità si spostano sul franco svizzero con la sua conseguente rivalutazione. Questo ovviamente crea al Paese pesanti problemi riducendo drasticamente i margini e la competitività delle sue industrie.

Di conseguenza gli attivi a portafoglio della Banca Centrale Svizzera si sono svalutati pesantemente, mentre l’Istituto è dovuto intervenire con decisone comprando valute per cercare di contenere la crescita del franco svizzero. E il costo della somma di questi due aspetti è divenuto pesante.

Due quindi le conclusioni finali che mi sembrano interessanti.

  • Davanti al rischio di mercato (quando cioè quasi tutte le classi di attivi flettono in sintonia) neanche il più abile e accorto degli investitori è esente da momentanee perdite di valore che possono anche divenire importanti.
  • Per quanto potenti e stabili siano la politica e l’economia di uno Stato, il singolo paese può trovarsi a pagare un prezzo troppo elevato per difendere il cambio e di conseguenza l’economia stessa. E per la Svizzera questa è la seconda volta dopo l’episodio del 2015.

Solo la condivisione responsabile, in senso organico e organizzato di impegni doveri e regole, può creare le sinergie sufficienti per arginare i momenti più difficili.

Almeno in regime di democrazia.

 

Foto di pixabay.com

Non solo Pil, Spread, Bund o Vix.

In questo tempo ridondante di analisi, numeri, previsioni che dalle Istituzioni vengono prodotte a getto continuo e interpretate dai politici come se fossero una tragedia greca, vorrei lanciare una piccola provocazione ai miei lettori.

Chi per lavoro deve occuparsi della gestione degli attivi di propri assistiti, deve quotidianamente utilizzare e analizzare diversi indici o parametri tecnici di riferimento. É ovvio e banale che fonti e dati debbano essere di assoluta serietà e affidabilità. Meno ovvio e banale che, ogni tanto, possa essere utile lasciarsi incuriosire da situazioni meno accademiche e porsi qualche domanda in merito.

Alcuni tra gli indicatori più tecnici sono ormai acquisti nel linguaggio comune e, almeno in parte, compresi anche dal grande pubblico. Termini come Pil, Bund, Spread, Bond fino al più tecnico Vix sono ormai oggetto di discussioni in tutte le possibili sedi; a volte in modo corretto e a volte oggetto di squallidi copia e incolla dalle tragiche conseguenze in termini di trasmissione di notizie e pareri penosamente sbagliati. Ma, almeno, si inizia a parlarne.

Questi indici servono sostanzialmente come supporto per elaborare, esclusivamente su dati storici e quindi non necessariamente ripetibili, previsioni su aspetti diversi e fondamentali legati all’economia.

Forse però non molti sanno che non tutto il lavoro viene svolto su indici molto tecnici o molto conosciuti, ma che le fonti di informazioni possono essere a volte diverse e apparentemente curiose.

Quanti sono al corrente ad esempio che esiste l’indice… dell’Hamburger Big Mac? Potrete trovare notizie qui e qui. Indice sicuramente poco conosciuto ma con una indubbia rilevanza tecnica.

Esiste infine, un’ultima possibilità di informazione per cercare di immaginare come “potrebbe girare il vento” che non si avvale di scienza e matematica, ma dell’osservazione di altri dati che afferiscono sicuramente più alla curiosità che alla tecnica. Nulla di scientifico. Solo qualche piccolo ragionamento e qualche semplice domanda nella marea di notizie che ogni giorno ci assale. Le risposte ammesso che ci siano, possono essere meno importanti del motivo che ci ha sollecitato la domanda stessa.

Ad esempio in questi giorni si sta discutendo con gran fervore sui tempi e modi del ritorno alla normalità dopo questa fase in cui la maggior parte degli abitanti della terra sono confinati in casa a causa del Coronavirus. Il tratto comune è soprattutto che il distanziamento sociale rimarrà forte nell’intensità e a lungo nel tempo con evidente danno per l’economia mondiale. Proprio di ieri la notizia che le discoteche in Italia non riapriranno prima di marzo 2021. Cioè, poco meno di un anno da questi giorni.

Oggi invece ricevo un’email da quella che credo sia la più grande azienda in Italia di vendita di biglietti on line per concerti, spettacoli teatrali o musei la cui lettura mi ha fatto trasalire. Basta infatti leggere le date, la possibile dimensione dei locali che ospiteranno i prossimi eventi e il fatto che si parli di tour mondiali per chiedersi come sia possibile. Sembrerebbe che in apparenza, organizzatori e artisti siano un gruppo di folli scommettitori su eventi che sembrerebbero semplicemente irrealizzabili. Distanziamento sociale al Forum di Assago? Concerti a partire dal 9 settembre 2020?

Non il Pil, non lo Spread, non il Bund e neanche il Big Mac Menu Index, ma sicuramente qualcosa su cui porsi qualche domanda. E da monitorare con curiosità nella sua, affatto scientifica, evoluzione la sera prima di andare a dormire.

Foto di pixabay.com

Non si vive di soli tulipani

Buongiorno,

In questi giorni ha destato molta attenzione la fortissima contrapposizione tra Italia e Olanda sulle possibili soluzioni per supportare i Paesi dell’area euro in maggiore difficoltà a causa delle conseguenze del Coronavirus.

In particolare si rileva che:

A) l’Italia ha richiesto un intervento di finanziamento condiviso a difesa del futuro dell’intera Europa mediante l’emissione dei cosiddetti Eurobond. Il nostro Paese ha invocato questa soluzione a fronte di una situazione di oggettiva eccezionalità, ma contestualmente pur a fronte di indubbie doti, paga davanti al mondo l’immagine negativa di un sistema giudiziario, di una burocrazia, e di una storica evidente instabilità e incapacità della classe politica che da molti, troppi, anni lo governa. Paga soprattutto la mancanza di volontà di ridurre il mostruoso costo del debito pubblico. Chi dall’estero ci osserva ha notato in particolare che negli ultimi anni l’Italia è stata assolutamente incapace di monetizzare una condizione di tassi molto bassi per tagliare pesantemente proprio il debito pubblico che la soffoca.

B) L’Olanda invece ha, altrettanto oggettivamente, saputo creare condizioni ideali per fare impresa, snellire la burocrazia, ridurre pesantemente la tassazione, creare un bilancio statale assolutamente encomiabile. Solo virtù per questo Paese? Non proprio.

Vi riporto alcune parole tratte dall’articolo: Olanda, quei paradisi fiscali dietro il rigore dei conti pubblici scritto da Roberto Galullo e Angelo Mincuzzi e pubblicato oggi a pagina 11 de Il Sole 24 Ore di cui vi consiglio la lettura.

“… Amsterdam è piena di edifici come questo. Uno studio commissionato dal ministero delle Finanze, lo stesso dicastero guidato dal falco Wopke Hoekstra, ha rivelato che nel 2017 esistevano 15mila società “bucalettere”, la cui unica presenza sul territorio olandese era data da una cassetta postale. Nessun ufficio, nessun dipendente. Il loro numero si è mantenuto costante anche negli anni successivi. Ma il dato più interessante è un altro. Le 15mila società fantasma spostavano ricchezze per 4.500 miliardi di euro, cioè una cifra pari a quasi sei volte il Pil olandese e due volte e mezzo quello italiano.”

Da questa interessantissima inchiesta traspare una sorta di mondo parallelo dove 15.000 di società esistono solo formalmente, dove sono presenti 25.000 multinazionali, 17.500 avvocati o 1.238 società assicurative solo per citare alcuni dei dati forniti dagli autori. Dove, inoltre, capitali enormi transitano in entrata e uscita da e verso molti paradisi fiscali.

Non proprio la situazione virtuosa che il (solo) bilancio dello Stato farebbe presupporre.

Evidentemente non di soli tulipani si può vivere.