Tra i primi ad essere iscritti all’OCF!

Finalmente, il 01 dicembre 2018 – dopo solo dieci anni di attesa – è stato avviato l’Organismo dei Consulenti Finanziari, evoluzione di un Albo in realtà mai nato.

Dopo essere stati iscritti all’Albo dei Promotori finanziari con regolare mandato dal 1995 al 2008 e dopo aver continuato ad essere iscritti senza mandato dal 2008 al 2019, abbiamo il piacere e l’orgoglio di poter comunicare che siamo stati tra i primi 53 iscritti al nuovo Organismo di Controllo.

Ora potremo operare in un quadro normativo finalmente definito, completo e dettagliato sotto tutti gli aspetti.

I clienti avranno le tutele che giustamente spettano loro e potranno scegliere a quale tipologie di consulenti affidarsi per la gestione delle loro esigenze nel campo finanziario.

Ai colleghi con i quali condividiamo questa soddisfazione e tutti quelli che seguiranno, i nostri migliori auguri!

Il legame tra inflazione e tasso di disoccupazione. La curva di Phillips, fondamentale e interessante.

Per comprendere meglio i movimenti dell’economia reale, ci sono dati (concettualmente semplici) che è interessante conoscere per meglio comprendere le conseguenze sui mercati e sui cicli economici.

Uno di questi è la curva di Phillips, quella teoria secondo cui tra tasso di disoccupazione e inflazione c’è una relazione forte e inversa. Quindi al salire di un parametro scende l’altro e, ovviamente, viceversa.

Non vogliamo tediarvi con considerazioni personali in quanto l’articolo dell’eccellente Vito Lops, spiega perfettamente e in modo comprensivo questa teoria che vi proponiamo nel processo di contribuzione alla formazione di una corretta cultura finanziaria elementare.

Vi consigliamo caldamente di leggerlo in un momento di tranquillità e con attenzione viste le conseguenze dirette e importanti che questa teoria riflette sull’economia e quindi nella vita quotidiana di tutti noi.

Buona lettura.

 

Fonte: Il Sole 24 Ore

Gli etf questi sconosciuti. Soprattutto in Italia…

Ci risiamo. L’ennesima classifica in cui ci ritroviamo nelle ultime posizioni.

Siamo tra i paesi europei nei quali gli Etf sono meno pubblicizzati e questo ha soprattutto un motivo davvero banale: i costi.

Ad essere onesti ci sarebbe un altro motivo che gli investitori probabilmente non conoscono: un portafoglio con molti strumenti passivi comporta inevitabilmente per il professionista un maggiore lavoro di monitoraggio e manutenzione dell’equivalente portafoglio con soli fondi comuni. Ma questo è un altro discorso.

Tornando ai costi se ad esempio un fondo azionario USA ha un costo di gestione (almeno) del 2%, l’Etf equivalente ha un costo di gestione che raramente supera lo 0,7%. E peraltro, su una piazza estremamente efficiente come quella nordamericana è quasi impossibile trovare un gestore attivo che riesca con persistenza a fare meglio del mercato stesso (e quindi dell’Etf che lo replica).

La differenza quindi deriva dal fatto che le reti di promotori e le banche incassano mediamente circa il 70% dei costi di gestione del fondo (che vanno ai venditori che li collocano) mentre per un Etf incassano esattamente 0 (zero!).

Ovviamente gli strumenti passivi non sono la soluzione “ognitempo” e hanno i loro pregi e difetti. Ma pagare un’enormità in più per ottenere quasi sempre lo stesso risultato dell’indice ci pare francamente una scelta da evitare.

Il vento su questo tema sta cambiando (grazie all’Europa di cui tanti si lamentano a sproposito) a favore dei risparmiatori, ma di questo parleremo un po’ più avanti.

Ecco spiegati i risultati delle classifiche in questo settore.

Qualcuno potrebbe farsi male

Quest’anno il nuovo governo italiano ha raggiunto probabilmente il massimo livello di scontro politico ed economico contro le Istituzioni.

Apparentemente contro l’Europa, ma realisticamente anche contro altri attori di sicuro peso a livello mondiale. Di conseguenza se il nostro Paese dovesse perdere la battaglia che ha iniziato a combattere sarebbero in molti a farsi male e, ovviamente, le loro reazioni non sarebbero indolori.

Le scelte fatte finora dai vari governi che si sono succeduti si sono rivelate di fatto una peggiore dell’altra, mai nessuno di questi è realmente riuscito a risolvere l’annoso problema dell’enorme debito pubblico italiano, nè a far ripartire una ragionevole crescita del Paese. Incredibilmente non è stata neppure colta la grande opportunità offerta dal quantitative easing europeo.

Tuttavia l’esecutivo attuale sembra (al momento) che stia andando allo sbaraglio contro tutto e contro tutti in virtù delle scelte di politica economica che vorrebbe adottare.

Queste scelte vengono “vendute” sostanzialmente con due motivazioni: A) questa sarà la manovra che risolverà i problemi di povertà degli italiani grazie a una miracolosa ripresa che la stessa manovra dovrebbe improvvisamente risvegliare, B) si va finalmente in battaglia, duri e puri, contro i cattivi cioè le Istituzioni Europee, le banche e i non meglio identificati poteri forti.

Peccato che la realtà sia assai diversa e – sopratutto – che la stessa si dovrà confrontare con i numeri che, è risaputo, non sono come i tunnel nelle montagne che un giorno ci sono e quello dopo devono ancora essere scavati.

I numeri reali che emergono dalle analisi dello stato attuale si scontrano contro quelli (al momento) previsionali che sembra siano stati quantificati come un piacevole esercizio di fantasia.

Detto altrimenti: stiamo assistendo allo scontro tra il certo e un (troppo ottimistico) incerto. Non male.

Peraltro siamo andati all’estero a spiegare che questa manovra è bella. E anche questa lode all’italica creatività ci sembra tecnicamente interessante.

Ciò che non viene spiegato con particolare enfasi – questa volta solo agli Italiani perché altrove lo sanno già perfettamente – è innanzitutto che i cattivi sono quelli che di fatto ci dovrebbero finanziare (!) buona parte della manovra. Poi non viene anche spiegato che tra i cattivi non ci sono solo banche ecc., ma anche tanti risparmiatori. Quelli italiani in particolare, grazie alla sola fase di preparazione e discussione creativa della manovra, stanno già perdendo un bel tesoretto che il sito de Il Sole 24 Ore di pochi giorni fa stimava in circa a 3.300 euro in otto mesi per ogni cittadino.

É accaduto infatti che da mesi ormai tutti i grandi investitori mondiali (altri cattivi) hanno provveduto a vendere Titoli di Stato del Bel Paese, oltre a titoli azionari. Si sono liberati di un debito che ormai non rende più rispetto al rischio che rappresenta.

Voi cosa avreste fatto al loro posto?

Lungi dall’incensare le banche (o il mondo della finanza) crediamo sia utile ricordare che i cattivi possono esistere solo perché ricevono soldi dal “popolo”. Quindi se da una qualunque banca i cittadini ritirassero tutta la loro liquidità, nello spazio di pochissime ora la banca fallirebbe. Quindi buoni e cattivi convivono sotto lo stesso tetto e il limite tra le due realtà si fonde quotidianamente almeno in parte dei reciproci interessi.

Proviamo ora con un’altra considerazione. I cattivi investono i soldi che i buoni affidano loro con l’obbiettivo di creare magari un futuro migliore per se stessi o i propri figli. I cattivi quindi con questi soldi (non loro) e tramite diversi strumenti, hanno acquistato Titoli di Stato italiani (anzi le banche italiane sono i maggiori acquirenti) che avevano un determinato livello di solidità. Livello di solidità sostanzialmente immeritato, ma di fatto garantito dall’ombrello della BCE. Peraltro l’ombrello sembra stia per chiudersi senza eccezioni. Forse non molti sanno che secondo la normativa non solo nazionale, ogni fondo comune è obbligato a indicare in quali titoli sceglie di investire. e in particolare il livello di rating degli specifici titoli, deve assolutamente essere mantenuto entro i livelli indicati nel prospetto informativo. Perché questo vi dovrebbe interessare? Perché i Titoli di Stato italiani sono in fase di declassamento e il loro rating è a un passo del livello junk cioè spazzatura. Se intervenisse una nuova riduzione del rating i fondi comuni di tutto il mondo che non dichiarino intenzioni speculative, dovranno non solo ridurre le posizioni, ma vendere totalmente tutti i Titoli di Stato italiani. E questo sarebbe davvero un gigantesco problema.

Infine la speculazione (quella vera, quella che davvero può far molto male) finora non si è neanche mossa. Se iniziasse a colpire, a chi a quel punto i coraggiosi eroi a chiederanno aiuto? Alla cattiva Europa? Agli uomini neri della BCE che peraltro ha già sparato quasi tutte le possibili cartucce?

Un po’ di tempo fa qualcuno disse: “Armatevi e partite!” e quelli che partirono erano armati con armi ridicole e mandati in Russia con divise estive. Colpisce l’analogia con il fatto che se questo quadro si realizzasse, quelli che partiranno saranno proprio i cittadini italiani; loro si a quel punto disarmati e senza più coperture. I cittadini attuali ma soprattutto quelli che ancora devono nascere e che – qualunque cosa Vi vengano a raccontare – si porteranno il fardello di questa e altre imprese italiche.

L’aspetto paradossale è che l’Italia ha doti uniche che la rendono attraente per molti investitori esteri. Con tutti i possibili limiti abbiamo creatività, capacità di innovare, un tessuto produttivo sostanzialmente sano e molto diversificato, una grandissima capacità di risparmio dei cittadini e tanti altri vantaggi che a livello internazionale sono comunque riconosciuti e apprezzati.

Ora però la nostra Armata Brancalone sembra che stia per andare in battaglia con ardore e coraggio, anche se sicuramente, i cattivi europei e non solo, ci stanno aspettando; pronti e ben armati.

Per il momento intanto i nostri eroi hanno inviato un coraggioso esploratore a togliersi una scarpa per sporcare i fogli della relazione del Commissario Europeo Moscovici e far capire che aria tira da queste parti. O da quelle, ma questo non è ben chiaro.

Se battaglia sarà, speriamo di non prendere troppe botte perché i relativi costi, nel decreto Genova, questa volta non potranno proprio inserirli.

Per il momento non si può fare altro che attendere e osservare cosa accadrà sperando che finisca a cantucci e vino.

Il debito pubblico troppo elevato è sempre un problema? Non è detto. Spunti su cui meditare.

In questi giorni si discute molto in merito al debito pubblico italiano troppo elevato che ha oggettivamente le potenzialità per far esplodere l’economia non solo italiana.

Tuttavia ci sono casi in cui situazioni apparentemente analoghe non rappresentano un problema.

Come può essere possibile?

Ce lo spiega in modo davvero interessante questo articolo de Il Sore 24 Ore dal quale è possibile comprendere come, a una posizione debitoria pesante, faccia da contraltare il massimo voto di solidità da parte delle agenzie di rating; con ovvi e diretti riflessi.

Il costo (nelle tasche degli Italiani) delle parole senza regole.

Sembra facile, ma non lo è. Pare che i politici italiani abbiano dimenticato (o devono ancora imparare?) che nelle sedi pubbliche occorre la massima attenzione a non esprimersi come se si fosse al bar dello sport. Le parole hanno un peso diretto importantissimo, soprattutto quando sono dette nella veste di rappresentanti dello Stato Italiano. Ci sono regole non scritte – ma peraltro di buona educazione e semplice buon senso – che non bisognerebbe superare pena danni molto gravi. Diretti e indiretti.

Danni che, già ora, pesano nelle tasche di tutti i cittadini e che, tragicamente non saranno, almeno nell’immediato, percepiti perchè non sono visibili direttamente quanto lo sarebbe ad esempio una tassa sulla benzina. Ma sono assolutamente reali, importanti e permarranno nel tempo. Purtroppo lo spread è “semplicemente” il costo per l’affidabilità di un Paese e la sua sensibile risalita in condizioni di relativa stabilità dovuta all’ombrello di protezione del Quantitavie Easing della Bce è un pessimo segnale anche perchè altri Paesi che sono in condizioni analoghe, non hanno registrato un simile incremento. Cosa accadrà a breve quando questo ombrello sarà tolto?

In Europa e nel mondo peraltro, l’attenzione verso l’Italia è elevatissima e il motivo è davvero banale. Se il nostro Paese dovesse trovarsi in condizioni simili a quella della Grecia di pochi anni fa – e non è fantascienza – il conto alla fine dovrebbero pagarlo in molti e quest’idea non rende molto comprensivi.

Il secondo tipo di danni deriva dalla perdita di credibilità internazionale e il nostro Paese si sta avvicinando a grandi passi (stante l’attuale comportamento dei nostri politici) verso un baratro la cui risalita sarà infinitamente più pesante in virtù del fatto che già ora non dispone di un immagine di elevata affidabilità.

Seduti a questo tavolo non ci sono “buoni o cattivi” e sicuramente l’Europa deve essere migliorata.

Ma sarebbe meglio non farlo mettendo un dito negli occhi degli altri commensali.

 

Prepariamo gli ombrelli

Se è vero che dopo la poggia torna sempre il sereno, è anche vero il contrario.

Si stanno moltiplicando i segnali negativi dall’economia mondiale che, sia singolarmente sia concomitanti, potrebbero portare a un deciso aumento della volatilità con conseguenti discese dei valori obbligazionari e azionari. Al momento nessuno di questi segnali ha portato conseguenze dirette, ma come pesanti nuvole scure si stanno accumulando all’orizzonte. Occorre quindi attrezzarsi nel limite del possibile per questa possibile variazione del quadro economico mondiale.

Proviamo ad analizzare brevemente alcuni di questi segnali.

  • Posizione delle principali Banche Centrali (Fed e Bce)

La Fed, forte di una ripresa assai robusta ormai iniziata nove anni fa e di una quasi piena occupazione, dopo aver concluso il proprio Quantitative Easing ha iniziato da tempo, e ancora proseguirà nel corso del prossimo futuro, il programma di graduale aumento dei tassi. Le motivazioni sono diverse, ma in particolare: A) iniziare ad accumulare “munizioni” per la prossima possibile fase di rallentamento, B) il controllo dell’inflazione che potrebbe crescere in modo incontrollato stante le condizioni dell’economia.

La Bce si trova in una situazione quasi opposta e quindi assai più delicata. Innanzitutto, il ciclo di ripresa è partico circa cinque anni dopo e, fino ad ora, si è dimostrato assai più lento di quello USA. L’economia UE cresce “a macchia di leopardo” con Paesi come l’Italia in cui quasi langue rendendo il nostro paese molto più vulnerabile e rallentando (anche sotto questo aspetto) il contenimento del debito pubblico. I paesi più forti come la Germania non investono a sufficienza creando squilibri. L’inflazione – al momento – non sembra essere preoccupante. La debolezza e la mancanza di coesione sono quindi evidenti. L’area europea dovrebbe anzi, secondo alcuni osservatori, continuare ad essere supportata dalla propria Banca Centrale. Questa tuttavia dovrebbe iniziare il periodo di rialzo dei tassi, ma le condizioni per i motivi spiegati sopra, non sembrano essere ancora mature. Nel caso di una ipotetica crisi, la Bce avrebbe comunque meno energie da spendere. Infine, la potente Germania potrebbe rinunciare alla poltrona di banchiere centrale che le spetterebbe “di diritto” in cambio della presidenza UE, anche questa è una possibile opzione con le relative conseguenze.

  • Fine del Quantitative Easing Europeo – Italia possibile anello debole

Ovviamente prima o poi anche il Quantitative Easing europeo finirà e di conseguenza inizierà la fase di normalizzazione con la progressiva ripresa del costo del denaro. Entrambe le fasi non saranno certamente indolori sia perché ragionevolmente si tornerà a prezzare correttamente il rischio dei singoli paesi dell’unione, sia perché molti corsi obbligazionari attualmente troppo elevati dovranno scendere e le conseguenze saranno visibili anche sul reddito variabile. A patire ovviamente saranno i paesi meno virtuosi (e quindi anche e soprattutto l’Italia causa il suo enorme debito). Il nostro paese in questo momento è osservato speciale perché potrebbe diventare il detonatore di una crisi grave dell’Europa. Debito pubblico pesantissimo e governi manifestamente incapaci di governare uniti a plateali dichiarazioni su temi che poi si dimostrano evidentemente irrealizzabili rispetto a quanto proposto in campagna elettorale, hanno “solo” per il momento iniziato a far crescere sensibilmente lo spread, ma la tensione è massima. Tutto il mondo finanziario – ma anche politico – sta osservando con comprensibile preoccupazione quanto alla fine in realtà l’attuale governo vorrà realizzare. Qualora certi equilibri fossero superati, le conseguenze sarebbero pesantissime. Quando, con quale velocità, con quale intensità e con quali tempi verranno messe in atto le scelte della BCE, al momento sarebbe azzardato dirlo. A oggi risulta difficile immaginare alternative e quindi si rende necessario essere accettabilmente preparati per affrontare le possibili criticità.

  • Mercati

Le obbligazioni (di qualsiasi tipologia) causa l’immensa liquidità fornita dalle banche centrali a costo pari quasi a zero, hanno raggiunto prezzi molto elevati e quindi rendimenti bassissimi. Anche il rating ormai non dà quasi premio e quindi bisogna agire con la massima circospezione. Non sono neanche escluse importanti movimenti da parte di alcuni paesi (Giappone e Cina) che potrebbero non aver più interesse a detenere titoli USA o EU nell’attuale misura e quindi potrebbero liquidare posizioni importanti. È una delle tante ipotesi, ma non irrealistica.

Le azioni (decisamente cresciute negli Stati Uniti e meno in Europa) potrebbero subire ovvie conseguenze se il ciclo economico rallentasse sensibilmente o si verificasse parte di quanto prospettato ai punti precedenti.

  • Considerazioni finali e strategia adottata

Al momento è davvero difficile immaginare oltre a un orizzonte di breve periodo la prosecuzione della ormai lunga fase di crescita. Le alternative potrebbero essere una sorta di stabilità e poi un deciso aumento della volatilità. Con queste considerazioni e non dimenticando che i nostri clienti non sono dei traders, ci pare difficile fornire una sufficiente protezione ai portafogli con la sola diversificazione degli attivi. È stata decisa quindi una diversa strategia.

Sono state in parte o totalmente dismesse molte posizioni in modo da creare un importante serbatoio di liquidità con quattro principali obbiettivi:

  1. Monetizzare e stabilizzare molti dei guadagni finora ottenuti che fino alla vendita sono virtuali
  2. Ridurre sensibilmente la possibile maggiore volatilità totale dei portafogli
  3. Disporre di energie importanti da reinvestire
  4. Entrare con cadenza mensile su orizzonti di medio periodo (se necessario inglobando anche gli investimenti di alcuni mesi) almeno sui mercati più importanti e stabili

In questo modo, monitorando con la massima attenzione i costi operativi, potremo continuare a utilizzare OICR tipicamente passivi come gli ETF sfruttandone la specifica maggiore volatilità, affiancandoli a pochi selezionati strumenti a gestione attiva con gestori che abbiamo dimostrato nel tempo di avere strategie efficienti e di sapersi muovere bene in condizioni non facili.

La peggiore condizione per questa strategia sarebbe una costante e prolungata crescita dei mercati sia obbligazionari che azionari. Questa però è davvero l’ultima cosa che ci parte di vedere all’orizzonte per il prossimo futuro.

Non investire nell’acqua: un vero buco nell’acqua.

Tutti sanno grazie ai numerosi servizi televisivi a carattere naturalistico, che l’acqua ricopre il 71% della terra e questo sembrerebbe un dato decisamente positivo rispetto alle necessità umane.

In fondo una notizia facile, di immediata assimilazione e apparentemente molto confortante.

Tuttavia forse non tutti sanno che ben il 97,5% di tutta l’acqua che ricopre il globo è salata e quindi solo 2,5% è dolce. Anzi per essere più precisi non è salata.

Giocando con i numeri si desume che solo l’1,75% (!) della superficie terrestre sarebbe teoricamente ricoperta di acqua non salata. Peraltro non necessariamente potabile.

A questo punto il dato, non solo a nostro avviso, comincia a diventare preoccupante considerando che sulla terra vivono all’incirca 7,6 miliardi di persone. Lo diventa ancor di più considerando che una parte minima della popolazione mondiale usa – e soprattutto spreca – enormi quantità di acqua dolce, mentre tantissime persone riescono a malapena ad averne per sopravvivere. Siccome è realmente difficile immaginare un radicale contenimento dell’uso di questa risorsa da parte di chi ne ha a disposizione tantissima, appare più ragionevole (e giusto) sperare che il resto del mondo ne possa avere una quantità tale da permettergli una tenore di vita almeno dignitoso. Senza aver la pretesa di vestire panni di scienziati o specialisti, ci sembra evidente che la fame di acqua – questa volta potabile – non possa che crescere e anche di molto nel futuro.

A peggiorare la situazione, ci sono due altri grossi problemi da considerare.

  • l’acqua non salata non è tutta direttamente utilizzabile, ma in molti casi è almeno da filtrare e controllare quando non addirittura pesantemente inquinata e quindi da depurare
  • come potrete leggere dall’articolo allegato esiste, peraltro in tutto il mondo, il grave problema dell’obsolescenza e inefficienza delle reti di distribuzione e quindi, a spreco si aggiunge spreco

Ci sono diversi autori che prevedono che in futuro si combatteranno guerre per ottenere quote importanti di “oro blu”, ma se anche questa tesi fosse esagerata, è indiscutibile che la necessità di acqua non potrà che crescere nel tempo.

A questo punto, in un mondo sempre alla ricerca di performance e di decorrelazione, diventa rarissimo vedere portafogli allocati (ovviamente nella giusta misura) anche in veicoli che investono in aziende che trattano o a qualsiasi stadio offrono o trasportano queso bene irrinunciabile.

Al contrario si riscontrano con frequenza prodotti finanziari il cui futuro (non solo il rendimento!) sarebbe da considerare almeno aleatorio.

Davvero strano in fondo.

Peraltro anche la richiesta di garage o di alloggi a Mentone non potrà crescere all’infinito.

La fame di acqua si.

Pensateci, potrebbe essere una diversificazione oggettiva, di maggiori soddisfazioni e sicuramente con molti meno problemi.

Fonte: Il corriere della Sera / La Stampa

Aggiornamento del 22.05.2018

Polizze vita: non sono tutte uguali. ATTENZIONE: interviene la Corte di Cassazione.

“Guardi, abbiamo un prodottino assicurativo evoluto che è perfetto per Lei e la sua famiglia…”

“… In un unico strumento avrà una parte di portafoglio a capitale garantito che le darà sicurezza e con l’altra potrà cogliere i premi che Le offriranno i mercati mondiali. Inoltre avrà degli enormi vantaggi fiscali, e poi ancora i capitali investiti saranno impignorabili e insequestrabili secondo quanto stabilito dal Codice Civile! Sarà il veicolo di investimento perfetto per la successione del suo patrimonio verso i suoi cari!”

Espressioni meramente commerciali inerenti le polizze cosiddette Unit Linked, che ultimamente sono tornate di gran moda collocate con tanto calore da parte delle reti bancarie o assicurative. A queste affermazioni solitamente i sottoscrittori non fanno corrispondere un minimo di approfondimento in merito alla veridicità delle stesse. Salvo poi scoprire che la realtà può essere assai diversa.

Infatti si tratta comunque di strumenti solo formalmente assicurativi (ramo III) che nulla hanno da spartire con quelli a prevalente carattere previdenziale. Il motivo è che si tratta di veicoli di investimento tipicamente finanziario nei quali di fatto nulla è garantito in quanto il risultato è legato (linked) al valore (unit) delle quote di uno o più fondi comuni o altri veicoli.

Recentemente c’è stata una nuova pronuncia della Suprema Corte di Cassazione che, ha portato nuova materia per considerare con la massima attenzione questi contratti, così facilmente proposti alla vendita.

Anche i prodotti assicurativi (Ramo I) che invece garantiscono specificatamente almeno la restituzione del capitale versato più (una parte) dei rendimenti maturati di anno in anno (NB: MENO i costi pagati) grazie a una particolare tipologia di investimento (cd gestioni separate) potrebbero essere oggetto di futuri interventi di diversa regolamentazione. Questo perché stante la situazione di tassi di mercato da diverso tempo estremamente bassi e la necessità di contenere al massimo le possibili fondi di rischio per poter garantire la restituzione dei premi pagati, è diventato assai difficile per le compagnie assicurative ottenere un rendimento minimo sufficiente alla corresponsione di quanto contrattualmente concordato.

In attesa di chiarimenti su questo secondo fronte, consigliamo caldamente di porre la massima attenzione all’acquisto di polizze assicurative soprattutto se non appartenenti al ramo I.

Le sorprese potrebbero poi rivelarsi amare.

Fonti: Gooruf.com e Bluerating.com

 

 

Spremuti come dei limoni. I costi, e le mancate performance dei fondi

I risparmiatori italiani si lasciano ancora e purtroppo sempre più, guidare in modo del tutto passivo nella transumanza da risparmio amministrato al risparmio gestito (in particolare, fondi, fondi di fondi, polizze pseudo-assicurative ecc.).

Questa, incredibilmente, è una storia tanto vecchia quanto attuale.

L’obbiettivo di chi li guida è evidente: traferire liquidità da veicoli di investimento (obbligazioni, azioni, etf ecc.) che pagate le commissioni di acquisto rendono nulla al collocatore, verso prodotti del risparmio gestito per i quali l’investitore sostiene invece importanti  e soprattutto ricorrenti costi di gestione! Da 0% al 1,8% medio all’anno la differenza è ovviamente enorme.

Viene quindi alimentata con questa passività un’industria dell’inefficienza visto che quasi un terzo dei fondi ha risultati peggiori dei costi paganti dai risparmiatori.

Il problema gravissimo non è però nel pagare costi di gestione che sono assolutamente giustificati se il ritorno è coerente e corretto.

Il vero problema è che in molti casi questi costi insieme all’inefficienza di gestione, sono talmente pesanti da vanificare i risultati del gestore stesso.

I clienti si muovono senza – almeno – tentare di comprendere se i soldi che giustamente pagheranno, potranno essere forieri di risultati accettabili oppure saranno gettati al vento.

Le asimmetrie conoscitive sono una parte di questa situazione, ma forse non la più importante.

Probabilmente la causa di questo atteggiamento è la storica apatia e la mancanza assoluta di voglia di imparare le nozioni necessarie per operare con un minimo di coscienza delle proprie scelte insieme a una fiducia riconosciuta in modo assoluto a chi propone simili prodotti.

In questa stranissima situazione, tipicamente italiana, a pagare è sempre e solo l’investitore finale con buona pace delle performance.

Fonte: Repubblica.it